Al Domus Ars il felice esordio del Quartetto “Martucci” fra la luce di Haydn e le tenebre di Shostakovich

Quartetto MartucciIl penultimo appuntamento della stagione concertistica, organizzata dall’Associazione Musica Libera al centro di cultura Domus Ars, ha salutato l’esordio ufficiale del Quartetto “Martucci”, costituito da Alba Ovcinnicoff e Francesco Maggio (violini), Sergio Caggiano (viola) e Francesco D’Arcangelo (violoncello).
Due i brani in programma, il Quartetto in re maggiore op. 20, n. 4 di Franz Joseph Haydn (1732-1809) e il Quartetto n. 8 in do minore, op. 110 di Dmitrij Shostakovich (1906-1975).
Per quanto riguarda il primo, venne pubblicato nel 1774 a Parigi, in una raccolta comprendente sei quartetti (all’epoca definiti ancora Divertimenti per archi), che sono poi passati alla storia come “Sonnenquartette” (Quartetti del sole), in quanto in una ristampa del 1779 l’illustrazione della copertina raffigurava un sole nascente.
Con l’op. 20 Haydn prosegue quel percorso che lo porterà, a partire dall’op. 33, alla concezione definitiva del quartetto, confermando i canonici quattro movimenti e dando al secondo violino, alla viola ed al violoncello una sempre maggiore autonomia rispetto al primo violino.
Inoltre, in particolare proprio nel n. 4, vi è un tentativo di far confluire musica colta e musica popolare (che all’epoca fu anche motivo di sconcerto da parte di pubblico ed esecutori), con la presenza nei due movimenti conclusivi, di melodie tradizionali ungheresi.
Dal canto suo, il Quartetto n. 8 in do minore, op. 110, come accadde numerose volte nell’ambito della produzione di Dmitrij Shostakovich, risentì di avvenimenti tragici personali, trasposti poi in tematiche di più ampio respiro.
Il musicista russo lo scrisse in appena tre giorni (12-14 luglio 1960), durante un soggiorno a Dresda, dove si era recato alla ricerca della giusta ispirazione per la colonna sonora del film “Cinque giorni, cinque notti”, incentrato sulla rievocazione del bombardamento anglo-americano, che aveva raso al suolo la città tedesca nel febbraio 1945.
Lo volle dedicare “alle vittime del fascismo e della guerra”, ma in realtà lo considerava come il proprio epitaffio in quanto, a causa di una serie di eventi negativi, fra i quali la sua forzata adesione al Partito Comunista ed alcuni problemi legati alla mobilità della mano destra (molti anni dopo gli fu diagnosticata una rara forma di poliomielite), l’autore era in preda ad un forte esaurimento e sull’orlo del suicidio.
Siamo quindi di fronte ad una sorta di auto-celebrazione (a posteriori avrebbe affermato che la sua decisione si basava sul fatto che difficilmente, una volta morto, qualcuno lo avrebbe ricordato musicalmente), costituita da cinque movimenti e basata su un tema di quattro note, “re”, “mi bemolle”, “do”, “si naturale” che, nella nomenclatura tedesca, corrispondono a “D”, “Es”, “C”, “H”, ovvero il monogramma di Shostakovich.
Uno sguardo ora sul quartetto Martucci, che ha evidenziato un eccellente equilibrio, bravura nei singoli ed un buon affiatamento, in particolare nel pezzo di Shostakovich, eseguito con una costante tensione, percepita anche dal numeroso pubblico presente che, alla fine, ha chiesto ed ottenuto un bis.
La scelta è caduta, in continuità con il brano di Shostakovich, su Crisantemi, che Puccini compose nel 1890, in memoria di Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, all’indomani della sua morte, chiusura struggente di una serata che ha salutato la nascita di un nuovo ensemble al quale auguriamo una lunga e luminosa carriera.

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