Domenica 6 aprile Maria Perrotta ospite della rassegna dell’Associazione Alessandro Scarlatti rivolta alle giovani pianiste

Logo Associazione Scarlatti«Pianismo a metà perfetta fra … Alexis Weissenberg e … Glenn Gould» (N. Carusi, Libero); «Il suono è sgranato, la tecnica è clavicembalistica, il disegno formale è nitido: se continua così, Maria Perrotta sembra destinata a diventare la Rosalyn Tureck italiana» (E. Girardi, Corriere della Sera); «È una figura schiva e poco conosciuta, è uno dei veri astri del pianismo mondiale» (P. Isotta, Corriere della Sera).

Con queste prestigiose presentazioni domenica 6 aprile, alle ore 20.00 a Villa Pignatelli la giovane pianista Maria Perrotta affronta un impegnativo programma eseguendo le tre ultime sonate di Beethoven, che ha anche inciso “live” per la Decca.

«La mia storia inizia prestissimo. Diciamo che sono stata una bambina prodigio.Tanto che ad 11 anni ho debuttato accompagnata dall’orchestra nella mia città. Però dopo i primi concorsi, ho deciso di dedicarmi solo allo studio. Poi mi sono trasferita a Milano, ho studiato a Parigi, a Imola – racconta Maria PerrottaLe ultime tre Sonate di Beethoven aprono la grande stagione romantica, e ciascuna di esse è un percorso compiuto, nel quale la divisione di movimenti è come una cornice che viene annullata in favore di una grande unità psicologica. Ecco, in questo Beethoven c’è lo spazio, ma c’è anche il Tempo. E ciò che le rende spirituali è il fatto che l’idea che le anima, che poi è il sentimento dell’autore, è perfettamente aderente alla forma. Credo che le sonate siano anche un confronto aperto, un monumento col quale misurarsi di volta in volta».

Prezzo del biglietto
Intero: 15 Euro
Ridotto: 10 Euro (abbonati della stagione concertistica 2013/14 della Associazione Alessandro Scarlatti)

Associazione Alessandro Scarlatti
Infoline: 081 406011
Sito web: www.associazionescarlatti.it
e-mail: info@associazionescarlatti.it

_________________________________________________________

Programma

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Sonata per pianoforte in mi maggiore op. 109
Sonata per pianoforte in la bemolle maggiore op. 110
Sonata per pianoforte in do minore op. 111

Maria Perrotta

Foto Ugo Dalla Porta

Foto Ugo Dalla Porta

Applaudita come interprete particolarmente comunicativa, Maria Perrotta si afferma in importanti concorsi fra cui il “Rina Sala Gallo” di Monza, il “Premio Encore! Shura Cherkassky” (2008) e il Concorso “J. S. Bach” di Saarbrücken (2004), premio quest’ultimo che la impone sulla scena pianistica internazionale come una significativa interprete bachiana, riscuotendo ampi successi di pubblico e di critica: «Maria Perrotta sa sfruttare le risorse del pianoforte moderno senza incorrere in inesattezze stilistiche. Il suono di vitrea trasparenza, la tessitura sempre percepibile, l’interessante articolazione della frase hanno reso la musica di Bach in modo ideale» (Saarbrücker Zeitung).
Registra per la Radio Tedesca, per la Rai e Sky Classica.
La sua incisione dal vivo delle Variazioni Goldberg di Bach (Cinik Records) ottiene il favore della critica specializzata: 5 Stelle delle riviste Amadeus e Musica, 5 Stelle e Disco del Mese della rivista Suonare News, Premio della Critica 2012 promosso dalla rivista Musica & Dischi.
Nell’ottobre 2013 la Decca pubblica in cd la sua registrazione dal vivo delle tre ultime Sonate di Beethoven.
Maria Perrotta studia al Conservatorio di Cosenza, dov’è nata, con Antonella Barbarossa e si diploma con lode al Conservatorio di Milano con Edda Ponti.
Ottiene il Diploma Superiore di Musica da Camera all’École Normale de Musique di Parigi, si perfeziona a Imola con Franco Scala e Boris Petrushansky e in Germania con Walter Blankenheim. Nel 2007 si diploma con lode presso l’Accademia di Santa Cecilia nella classe di Sergio Perticaroli. Arricchisce la sua formazione con Cristiano Burato e François-Joël Thiollier.
Vive a Parigi.

Le musiche (nota a cura di Stefano Innamorati)
Le ultime tre Sonate per pianoforte di Ludwig van Beethoven nacquero da una sorta di comune laboratorio compositivo avviato alla fine del 1819 in concomitanza con la scrittura della Missa solemnis e i primi abbozzi della Nona Sinfonia.
Assieme alle Trentatré Variazioni sopra un valzer di Diabelli op. 120 (congedo del musicista dalla grande composizione per pianoforte) e alle precedenti Sonate op. 101 e op. 106, le Sonate op. 109, op. 110 e op. 111 costituiscono l’espressione, nell’opera pianistica, di quel “terzo stile” con cui la critica è solita identificare il linguaggio dell’ultimo Beethoven, ormai affrancato sia dai modelli settecenteschi sia dallo stile “eroico” dei primi anni dell’Ottocento.
È l’approdo supremo dell’itinerario percorso dal compositore di Bonn attraverso l’intenso ripensamento della forma e dei principi della Sonata pianistica, oltrepassando la sistematica dialettica dei piani tematici e tonali, e recuperando atteggiamenti linguistici “arcaici” come la scrittura contrappuntistica e la variazione, ora immessi nel tessuto sonatistico, reinventati e piegati a nuove esigenze espressive.
Completata nel 1820 e pubblicata l’anno seguente, la Sonata in Mi maggiore op. 109 reca la dedica a Maximiliane Brentano, figlia di Franz e Antonia Brentano, grandi amici di Beethoven il quale il 6 dicembre 1821 indirizzò alla ragazza una lettera che tradisce la singolare fisionomia – amabile e luminosa – del lavoro: «Una dedica!!! Però non è una di quelle dediche di cui migliaia di persone fanno uso e abuso. È lo spirito che unisce gli esseri migliori di questa terra, e il tempo non lo potrà mai distruggere».
Il movimento d’apertura (Vivace ma non troppo. Sempre legato), con la sua parvenza rapsodica, ha disorientato non poco i primi commentatori.
In questo primo tempo, infatti, la forma-sonata si contrae in misura notevole, tanto che il secondo tema si presenta dopo sole otto battute, apparentemente come un corpo a sé stante (Adagio con espressione).
I due gruppi tematici, invece, nel loro continuo avvicendamento carico di potenza espressiva, sono saldati mediante transizioni di stupefacente naturalezza, a dispetto del cambiamento di tempo e di metro; con la stessa semplicità quasi “disarmante” appaiono fusi anche lo sviluppo e la ripresa.
Il pedale di risonanza, infine, consolida l’ultimo accordo con il primo del movimento successivo, un Prestissimo esplosivo che rievoca il tradizionale Scherzo, caratterizzato da una serrata costruzione sonatistica.
Di notevole impatto è il contrasto con la profonda espressività dell’ultimo movimento (un tema con sei variazioni), sottolineata dallo stesso compositore con la didascalia in tedesco – Gesangvoll, mit innigster Empfindung («Pieno di canto, con il più intimo sentimento») – apposta in cima a quella in italiano Andante molto cantabile ed espressivo.
Ultimata alla fine del 1821, la Sonata in La bemolle maggiore op. 110 fu pubblicata nel 1822 senza alcuna dedica.
Tale circostanza, piuttosto rara sia nella produzione beethoveniana sia nella prassi dell’epoca, ha indotto alcuni critici a ipotizzare un’implicita “dedica a se stesso”.
Il primo movimento (Moderato cantabile molto espressivo), in forma-sonata, mantiene sempre una condotta all’insegna della melodia purissima, senza mai perdere completamente il carattere evidenziato dall’indicazione «con amabilità» riportata all’inizio.
L’Allegro molto successivo si presenta come uno Scherzo dal carattere fulmineo e, a tratti, persino sardonico.
Nell’economia complessiva dell’opera questi due primi movimenti sembrano quasi una preparazione al terzo, una tra le pagine più straordinarie mai scritte per il pianoforte, che dal punto di vista formale può essere suddiviso in quattro sezioni distinte.
La prima, d’impronta apertamente vocale, presenta numerosi cambiamenti di andamento (Adagio ma non troppo, Recitativo, più Adagio, Andante, Adagio, meno Adagio, Adagio) che in sole nove misure approdano a un cupo e straziante Klagender Gesang («Canto di dolore»), Arioso dolente. La seconda sezione, invece, è costituita dalla Fuga (Allegro ma non troppo), quasi una sorta di riscatto razionale al dolore; segue una nuova sezione, L’istesso tempo di Arioso, che accentua il senso di dolente smarrimento prima del finale dove, quasi con un messaggio ottimistico di ritorno alla vita, viene ripresentata la Fuga (L’istesso tempo della Fuga poi a poi di nuovo vivente) con l’inversione del tema rispetto alla prima.
Dedicata all’arciduca Rodolfo d’Asburgo, la Sonata in Do minore op. 111 fu composta e pubblicata contemporaneamente all’Opus 110.
Il primo movimento si apre con un motivo dal carattere fortemente “teatrale” (Maestoso), seguito da un passaggio di natura accordale e da un lunghissimo tremolo al basso che sfocia in crescendo nell’episodio successivo (Allegro con brio ed appassionato).
All’inizio di questa sezione appare il tema principale, un tipico soggetto di fuga intorno al quale ruota l’intero movimento, definitivamente affrancato dalle rigide “regole” della forma-sonata; l’impeto si arresta solo nelle poche battute della seconda idea e nella conclusione in maggiore, limpida preparazione alle incantevoli atmosfere dell’Arietta (Adagio molto semplice e cantabile) che, insieme alle sue cinque variazioni, conduce l’ascoltatore in un mondo di superiore, sublime, serenità interiore.
L’articolazione dell’Opus 111 in due soli movimenti ha fatto scorrere per decenni fiumi d’inchiostro.
Tuttavia, al di là delle speculazioni di carattere musicologico, una delle interpretazioni più suggestive riguardo al motivo per il quale Beethoven non abbia aggiunto un terzo tempo, si trova nell’ottavo capitolo del Doctor Faustus di Thomas Mann, dove è il personaggio di Wendell Kretzschmar a porre il fatidico interrogativo all’uditorio durante una conferenza: «Dopo avere udito, disse, tutta la sonata potevamo rispondere da soli a questa domanda. “Un terzo tempo? Una nuova ripresa… dopo questo addio? Un ritorno… dopo questo commiato?” Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva “la sonata” non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato (Traduzione di E. Pocar, Milano, Mondadori, 1949)».

_________________________________________________________

Seguici su Facebook:

Critica Classica

**P**U**B**B**L**I**C**I**T**A’**

Nefeli, il nuovo Cd di canzoni folk internazionali alternate a 3 brani classici per violoncello solo
tutto cantato e suonato da Susanna Canessa e la sua band.
Acquistalo su:

ascoltalo GRATIS su:SPO

…e molti altri network in tutto il mondo! per scoprirli clikka qui

Questa voce è stata pubblicata in Prima del concerto e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.