Un quartetto di sicuro avvenire conquista il pubblico dell’Associazione Scarlatti

Quartetto Escher

Quartetto Escher

La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha ospitato il Quartetto Escher, ensemble americano, costituito da Adam Barnett-Hart e Aaron Boyd (violini), Pierre Lapointe (viola) e Dane Johansen (violoncello), che ha aperto la serata con il Quartetto n. 1 in mi bemolle maggiore op. 12 di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847).
Il brano, iniziato presumibilmente a Berlino nel 1829 venne completato a Londra nello stesso anno ed è dedicato a B. P., identificata nella giovane Betty Pistor, figlia di un astronomo e vicina di casa del compositore tedesco.
Benché sia catalogato con il n. 1, in realtà siamo di fronte al terzo quartetto di Mendelssohn, in quanto preceduto da un lavoro, scritto a 14 anni e pubblicato postumo, privo di numero d’opera, e dal Quartetto in la minore, risalente al 1827, ma stampato nel 1829 come op. 13.
Pezzo di intenso lirismo, ha senza dubbio come maggior punto di riferimento Schubert, pur se si percepiscono, ancora allo stato embrionale, le peculiarità dello stile mendelssohniano.
Il successivo salto nel Novecento ci portava al Quartetto in do maggiore n. 2 op. 36 di Benjamin Britten (1913-1976), composto per omaggiare il bicentenario della morte di Henry Purcell, che cadeva nel 1945, anno che coincise con la fine della seconda guerra mondiale.
Per tale motivo, da una parte contiene numerosi richiami alla musica del grande autore britannico, che culminano con la Ciaccona del movimento conclusivo, dall’altra risente del clima di quei giorni, in quanto Britten lo terminò dopo essere stato in tournée in Germania, dove accompagnò al pianoforte il violinista Yehudi Menuhin, in una serie di concerti tenuti per i sopravvissuti dei campi di concentramento.
La seconda parte della serata era invece rivolta al Quartetto in do maggiore n. 11, op. 61 di Antonín Dvořák (1841-1904), risalente al 1881 e commissionatogli dall’Hellmesberger Quartet, caratterizzato da echi beethoveniani, abbinati a melodie e ritmi della tradizione ceca.
Uno sguardo ora sul Quartetto Escher per confermare come i numerosi giudizi positivi di molti addetti ai lavori, riportati nella biografia, rispondano effettivamente alla realtà.
L’ensemble, a fronte di un’attività di quasi nove anni (anche se solo Adam Barnett-Hart e Pierre Lapointe appartengono al quartetto originale, mentre gli altri due sono subentrati in un secondo momento), e della giovane età dei suoi componenti, costituisce un gruppo di tutto rispetto, formato da ottimi solisti, molto affiatati fra loro, dotati di un suono ricercato, grande sensibilità, e notevole versatilità, per cui siamo certi che, se oggi risulta già abbastanza famoso, nei prossimi anni sia destinato a diventare uno dei quartetti statunitensi più rappresentativi in assoluto.
Pubblico abbastanza numeroso ed entusiasta (ma il Quartetto Escher meritava sicuramente una platea più piena), e splendido bis conclusivo, consistente nel secondo movimento del Quartetto in fa maggiore di Ravel, a coronamento di un bellissimo concerto.

Questa voce è stata pubblicata in Recensioni concerti e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.