Giovedì 6 marzo la stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ospita il Quartetto Escher

Logo Associazione Alessandro Scarlatti 2013-2014Giovedì 6 marzo, alle ore 21, nell’Auditorium di Castel Sant’Elmo, appuntamento da non perdere con il Quartetto Escher.
Esploso nell’ambito del panorama musicale internazionale nel 2004, il quartetto statunitense si è rapidamente imposto presso sedi dell’importanza dell’Alice Tully Hall, del Kennedy Center, del Louvre Auditorium.
Ad ulteriore conferma dell’eccezionale livello artistico del gruppo, sono emersi gli inviti di artisti della fama di Itzhak Perlman e Pinchas Zukerman, che hanno voluto nominare l’Escher “Quartetto in Residenza” presso i rispettivi festival estivi.
Durante la stagione 2011/2012, oltre agli inviti presso i principali centri musicali internazionali ed europei, il Quartetto Escher ha debuttato nell’ambito della prestigiosissima rassegna dei BBC London Proms, guadagnandosi il prestigioso riconoscimento “BBC New Generation Artists 2010/2012”.
Il programma della serata prevede brani di Mendelssohn, Britten e Dvořák.

Costo del biglietto

Platea I settore: 25 Euro
Platea II settore: 20 Euro
Platea III settore
Intero: 15 Euro
Giovani (under 35): 8 Euro
Last minute: 3 Euro (giovani al di sotto dei 25 anni, biglietti messi in vendita un’ora prima del concerto)

Associazione Alessandro Scarlatti
Infoline: 081 406011
Sito web: www.associazionescarlatti.it
e-mail: info@associazionescarlatti.it

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Programma

Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809 – 1847): Quartetto in mi bemolle maggiore op. 12

Benjamin Britten (1913 – 1976): Quartetto in do maggiore op. 36

Antonín Dvořák (1841 – 1904): Quartetto in do maggiore op. 61

Quartetto Escher
Adam Barnett-Hart, violino
Aaron Boyd, violino
Pierre Lapointe, viola
Dane Johansen, violoncello

Quartetto EscherIl Quartetto Escher riceve abitualmente apprezzamenti sul piano internazionale per la sua profonda musicalità, il suono perfettamente amalgamato, l’ elegante raffinatezza e la straordinaria intelligenza.
Fortemente sostenuto dall’ Emerson String Quartet, il gruppo ha ricevuto la nomina di BBC Young Artists Generation a ridosso delle stagioni 2010/2012, con debutto presso la Wigmore Hall e nell’ambito dei BBC London Proms alla Cadogan Hall.
Nella propria città natale, New York, il quartetto ha completato la residenza della durata di tre anni in qualità di ‘Rising Stars’ presso la Chamber Music Society del Lincoln Center.
Nel corso della stagione attuale ha presentato il ciclo integrale dei Quartetti di Britten riscuotendo eccezionali consensi da parte del New York Times.
Durante la stagione ’12/’13 il Quartetto Escher ha inoltre debuttato in Svizzera presso il Conservatoire de la Musique de Genève nell’ambito della serie “Les Grands Interprètes” e in Austria, presso la Schloss Esterházy ad Eisenstadt.
Ad essi hanno fatto seguito altri rilevanti debutti Europei che proseguiranno nel corso della prossima stagione.
Tra questi annoveriamo in particolar modo il Royal Concertgebouw di Amsterdam.
L’attività discografica del Quartetto Escher comprende il Quintetto per pianoforte di Amy Beach, ed il Primo Volume di Stony Book Soundings, che presenta l’Escher impegnato nella registrazione delle Premieres di cinque nuove opere.
La stagione in corso vedrà l’immissione sul mercato dell’integrale dei Quartetti di Zemlinsky per conto dell’ etichetta Naxos.

Le musiche – nota a cura di Stefano Innamorati

«Si ascoltano quattro persone intelligenti che conversano tra di loro, ci si propone di trarre vantaggio dal loro discorso e d’imparare ciò che di peculiare hanno gli strumenti».
Questa celebre osservazione di Wolfgang Goethe, contenuta in una lettera del 1829 all’amico musicista Karl Friedrich Zelter, riassume emblematicamente l’intima natura del Quartetto d’archi, una forma che la tradizione musicale occidentale considera da circa due secoli e mezzo la quintessenza non solo della musica da camera ma di tutta la musica strumentale, terreno privilegiato di sperimentazione e ricerca, sfoggio tecnico e dotto divertimento per raffinati cultori.
Dopo la grande stagione del Classicismo, il Quartetto d’archi ottocentesco, coltivato prevalentemente nei paesi di lingua tedesca, fu inevitabilmente costretto a misurarsi con l’immensa eredità di Beethoven: il Quartetto, la Sinfonia, il Concerto e la Sonata per pianoforte, infatti, furono le forme in cui il peso della tradizione spinse i musicisti romantici ad ardui confronti, nel tentativo di mettere alla prova le proprie capacità compositive senza cadere vittime dell’animata diatriba tra “classicisti” e “modernisti”.
Non è un caso, dunque, che il passaggio del giovane Felix Mendelssohn-Bartholdy dall’apprendistato alla prima maturità sia solitamente individuato proprio in due lavori afferenti all’ambito quartettistico (Opus 13 e Opus 12).
Iniziato probabilmente a Berlino nella primavera 1829, il Quartetto in mi bemolle maggiore Op. 12 fu completato a Londra il 14 settembre dello stesso anno.
L’opera, che porta la dedica «An B. P.» (iniziali sotto le quali si cela il nome della giovane berlinese Betty Pistor), fu poi pubblicata da Hofmeister a Lipsia come Quartetto n. 1 op. 12. In realtà si tratta del terzo cimento mendelssohniano in questo genere, preceduto da un altro lavoro scritto a quattordici anni (rimasto all’epoca inedito) e dal Quartetto op. 13, pubblicato nel 1829 a Lipsia da Breitkopf & Härtel ma composto due anni prima.
La composizione, in cui affiorano evidenti richiami beethoveniani e schubertiani, è improntata ad un clima espressivo ampiamente lirico.
Il primo movimento si apre con un’introduzione lenta, un delicato Adagio non troppo, seguita da un Allegro non tardante dal carattere limpido e sereno, articolato nella forma di un rondò-sonata.
Il secondo movimento è costituito da una breve e delicata Canzonetta (Allegretto), animata nella parte centrale da un Trio lieve e allo stesso tempo brillante, in uno spirito quasi fiabesco.
Il lirismo torna protagonista nel successivo Andante espressivo, tanto conciso quanto intenso, che sfocia direttamente nell’agitato e tumultuoso movimento conclusivo, Molto allegro e vivace, in cui la concezione architettonica presenta caratteri di forma ciclica piuttosto originali, con la riproposizione di idee tematiche già apparse nel primo movimento.
Durante la seconda metà dell’Ottocento la letteratura per Quartetto riceve nuova linfa vitale in seno alle cosiddette “scuole nazionali”, nella cui produzione, fermo restando il profondo rispetto per la tradizione classica, si assiste alla riformulazione di una nuova intimità cameristica.
Particolarmente significativo, in area slava, si rivela il corpus quartettistico del compositore ceco Antonín Dvořák, che consta di quattordici composizioni.
Concepito in un breve intervallo di tempo, il Quartetto in do maggiore n. 11 Op. 61 fu completato il 10 novembre 1881; l’opera segna un momento importante nella produzione da camera del compositore, per la freschezza dell’ispirazione, per il rigore e l’organicità formale, e per lo spessore del tessuto polifonico.
Tali caratteristiche emergono con evidenza già nel movimento di apertura, un vasto Allegro caratterizzato da una notevole ricchezza di contrasti e di spunti tematici, oltre che da una marcata vivacità ritmica.
Il successivo Poco Adagio e molto cantabile, ricco di suggestioni melodiche, costituisce il vertice espressivo dell’intera composizione.
D’impronta quasi beethoveniana, invece, appare, l’energico Scherzo (Allegro vivo), con al centro un Trio dai toni contrastanti.
La conclusione è affidata al vigoroso Finale. Vivace, contraddistinto da una fitta trama motivica che si snoda sul ritmo saltellante di skočná (danza ceca dal carattere vivace ed esuberante).
Nel passaggio al nuovo secolo, il Quartetto d’archi mantiene una fisionomia relativamente tradizionale, conservando la sua duplice natura di raffinato intrattenimento e confessione di estrema intimità, quasi di “rivelazione” dell’essenza poetica del compositore.
E anche nel repertorio cameristico strumentale di Benjamin Britten sono senza dubbio i Quartetti a formare il corpus di maggiore interesse.
Il Quartetto in do maggiore n. 2 Op. 36 costituisce un importante momento di maturazione nella scrittura per archi del musicista inglese.
L’opera, terminata nell’ottobre 1945, fu eseguita a Londra il 21 novembre dello stesso anno, giorno del 250° anniversario della morte di Henry Purcell che, proprio in quella circostanza, fu ricordato dallo stesso Britten come «il più grande e insuperato compositore inglese».
Il lavoro, piuttosto equilibrato nella distribuzione polifonica delle parti, si presenta come una sorta di florilegio di forme e ispirazioni seicentesche.
L’Opus 36, in conformità con la tradizione classica, si apre con un Allegro calmo senza rigore in forma-sonata, caratterizzato da un fitto ordito contrappuntistico; segue uno Scherzo (Vivace), da suonare interamente con sordina, dai toni inquieti e, a tratti, angosciosi.
Di particolare rilievo è il terzo e ultimo movimento, Chacony, che rappresenta uno dei numerosi omaggi di Britten ai modelli antichi e, in particolare, a Purcell il quale si dimostrò a più riprese particolarmente legato a questa forma, tanto da utilizzarla con il nome inglesizzato.
Nella musica rinascimentale e barocca inglese, infatti, la Ciaccona era sovente associata con la pratica di improvvisare una serie di variazioni su un ground (basso ostinato).
Il brano – il più esteso dell’intera composizione – inizia con un ground proposto dai quattro strumenti all’unisono, dal quale si sviluppa una serie di ventuno variazioni, intervallate da cadenze dei vari strumenti e così suddivise: sei di tipo armonico, sei di natura ritmica, sei su un diverso contrappunto e tre finali che riconducono alla tonalità iniziale.

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