Un ensemble straordinario a Palazzo Zevallos

La Divina ArmoniaLa “Sonata a tre” rappresenta una forma musicale molto in auge nel periodo barocco.
Nonostante fosse concepita per due strumenti solisti e basso continuo (da cui il nome che la contraddistingue), l’organico complessivo ne prevedeva solitamente quattro, in quanto il ruolo di basso continuo era affidato ad una coppia costituita da un violoncello (o una viola) ed uno strumento a tastiera come il clavicembalo o l’organo.
Nata nel periodo di transizione fra il Rinascimento ed il Barocco, la “Sonata a tre” raggiunse altissime vette grazie ad Arcangelo Corelli (1653-1713), che dedicò ad essa diverse raccolte, quattro pubblicate a Roma fra il 1681 ed il 1694, ed una data alle stampe postuma ad Amsterdam nel 1714, che influenzarono un gran numero di autori, sia coevi del compositore romagnolo, sia appartenenti alle generazioni successive.
A questa forma musicale è stato dedicato il recente appuntamento della stagione organizzata dal Centro di Musica Antica Pietà de’ Turchini, che ha ospitato, nella suggestiva cornice di Palazzo Zevallos Stigliano, l’ensemble La Divina Armonia, costituito nell’occasione da Lorenzo Ghielmi (direzione e clavicembalo), Stefano Barneschi, Mayumi Hirasaki (violini) e Marco Testori (violoncello).
Il concerto, dal titolo “Tesori della Musica strumentale napoletana”, evidenziava le Sonate a tre di alcuni musicisti attivi a Napoli nel Settecento, in parte sconosciuti, confrontandole con due capolavori della produzione corelliana, la Sonata a tre in re maggiore op. III n. 2, proposta in apertura, tratta dalla raccolta di Dodici sonate da chiesa, op. 3 (Roma, 1689), e la Sonata a tre in sol maggiore op. IV, n. 10, dalle Dodici sonate da camera, op. 4 (Roma, 1694).
Abbiamo quindi apprezzato innanzitutto Giuseppe Antonio Avitrano (1670-1756), violinista dell’orchestra della corte di Napoli dal 1690 fino alla sua morte, che fece stampare due raccolte, rispettivamente nel 1697 e nel 1703 (catalogate come op. 1 e op. 2), contenenti ciascuna 10 sonate a tre, il cui dedicatario fu per entrambe il nobile Marzio Carafa, duca di Maddaloni.
Nel corso della serata ne sono state eseguite due, la Sonata a tre op. I n. 3 in mi minore e la Sonata a tre in sol minore op. I n. 8.
Ancora più eclatante il caso di Salvatore Lanzetti (1710-1780), allievo del Conservatorio napoletano di Santa Maria di Loreto e virtuoso del violoncello, che si trasferì giovanissimo a Torino, dove fece parte dell’orchestra della Cappella Reale e portò avanti anche una prestigiosa carriera di concertista, che lo vide calcare con grande successo le scene europee.
La sua abilità, anche come compositore, è testimoniata dalle Dodici sonate per violoncello e basso continuo, edite prima ad Amsterdam nel 1736 e poi a Parigi, caratterizzate da una enorme complessità esecutiva, come si è potuto constatare dall’ascolto della Sonata op. I n. 8 in mi minore.
Il programma si completava con due contributi di celebri compositori, una Sonata in mi minore per violino e basso continuo di Domenico Scarlatti (1685-1857) e la Sinfonia in trio n. 5 in mi minore, dalle Sei sinfonie da camera a tre, op. 2, pubblicate nel 1736 da Niccolò Porpora (1686-1768).
Uno sguardo ora sugli straordinari interpreti, che hanno dato vita ad una serata indimenticabile, durante la quale si respirava una musica barocca pienamente libera da tutti gli orpelli che spesso la opprimono.
Difficilmente, in tanti anni di frequentazione concertistica, ci è capitato di ascoltare un ensemble come La Divina Armonia, capace di fondere tecnica eccezionale, suono intenso, corposo ed avvolgente, estrema sensibilità e perfetto affiatamento.
Meritano quindi un’ulteriore citazione i quattro fantastici protagonisti, Lorenzo Ghielmi, fondatore del gruppo, direttore e clavicembalista, i violinisti Stefano Barneschi e Mayumi Hirasaki, e il violoncellista Marco Testori, confrontatosi in modo superbo, fra l’altro, con la difficilissima sonata di Lanzetti.
Pubblico visibilmente entusiasta, al quale l’ensemble ha offerto, come bis, un altro gioiello di Corelli, la ciaccona che costituisce l’unico movimento della Sonata in sol minore, posta a chiusura della raccolta di Dodici sonate da camera, op. II (Roma, 1685).
In conclusione una serata che ha mostrato come a Napoli la lezione di Corelli fu non solo messa a frutto proficuamente, ma addirittura conobbe sostanziali miglioramenti, grazie a musicisti purtroppo penalizzati, allora come oggi, da una scarsa o nulla visibilità nazionale ed internazionale.

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