Il Quartetto Arditti si confronta con la Seconda Scuola Viennese

Quartetto ArdittiLa dodecafonia è una tecnica compositiva basata sul succedersi ciclico delle dodici note della scala cromatica, che hanno tutte la medesima importanza e, nel loro insieme, costituiscono una serie.
Per tale motivo la creazione dei brani non è regolata da una tonalità, ma dipende dalle reciproche posizioni delle dodici note nell’ambito di una serie, spesso limitate da schemi molto rigorosi.
Il primo ad adottare questo particolare sistema, che avrebbe grandemente influenzato tutto il Novecento, fu l’austriaco Arnold Schönberg (1874–1951), considerato quindi il padre della dodecafonia, seguito a ruota dai suoi allievi Alban Berg (1885–1935) e Anton Webern (1883–1945).
A questi tre autori, rappresentanti di spicco della cosiddetta “Seconda Scuola Viennese”, era dedicato il recente concerto della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, svoltosi nell’Auditorium di Castel S. Elmo, che ha avuto come protagonista il celeberrimo Quartetto Arditti, formato da Irvine Arditti e Ashot Sarkissjan (violini) Ralf Ehlers (viola) e Lucas Fels (violoncello).
In apertura abbiamo ascoltato i brevissimi Cinque movimenti per quartetto d’archi, op. 5 di Webern, risalenti al 1909, dove il musicista, facendo tesoro degli insegnamenti del maestro, applica soluzioni di grande rigore.
Differente il caso del successivo Terzo quartetto, op. 30 (1927), lavoro commissionato a Schönberg dalla nota mecenate statunitense Elizabeth Sprague Coolidge, in cui spazi di tonalità si alternano ad una struttura prevalentemente dodecafonica.
Dal canto suo, nella Suite lirica (1925-26), terzo ed ultimo brano in programma, Berg cerca l’integrazione fra tonalità e dodecafonia “razionalizzata”, con esiti molto particolari e suggestivi.
Per quanto riguarda gli interpreti, dall’alto di una quarantennale attività, in gran parte rivolta alla musica del Novecento e a quella contemporanea, il Quartetto Arditti era sicuramente fra i più indicati ad eseguire questi brani, considerando che ha anche inciso l’integrale dei pezzi per archi della Seconda Scuola Viennese.
Niente da eccepire, quindi, da questo punto di vista, ma il programma meritava forse qualche alleggerimento perché, concentrando l’attenzione sul Quartetto di Schönberg, si arrivava alla seconda parte abbastanza svuotati, perdendo così i numerosi spunti forniti dalla Suite Lirica di Berg, di gran lunga la composizione più interessante della serata.
Pubblico, anche se non numeroso, fortemente consapevole, per cui non vi sono state defezioni durante il concerto e, alla fine, la sensazione prevalente era quella di aver assistito alla rievocazione di un periodo di storia del Novecento, foriero di novità e grandi speranze, che di lì a poco sarebbero state disattese.

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