Con Jordi Savall alla scoperta delle tradizioni armene

Foto Max Cerrito

Foto Max Cerrito

La ripresa della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha visto salire, sul palcoscenico dell’Auditorium di Castel S. Elmo, Jordi Savall con il suo ensemble Hespèrion XXI, rappresentato da Viva Biancaluna Biffi (viola da arco) e Pedro Estevan (percussioni), ed un quartetto formato da Aram Movsisyan (canto), Gaguik Mouradian (kamancha), Georgi Minassyan e Haïg Sarikouyoumdjian (duduk).
Al centro della serata la musica tradizionale armena, dal Medioevo al Novecento, repertorio a noi praticamente sconosciuto e strettamente legato alla storia di un popolo particolarmente martoriato.
Basti pensare soltanto alle violente persecuzioni subite alla fine dell’Ottocento e durante gli anni del primo conflitto mondiale da parte degli occupanti ottomani.
Un vero e proprio genocidio, che ha portato alla soppressione di circa un milione e mezzo di persone, mai riconosciuto dai Turchi, i quali hanno sempre giustificato i loro terribili misfatti contrabbandandoli per azioni di guerra, in quanto accusavano i cristiani Armeni di collaborazionismo con i Russi.
L’unico modo di salvarsi fu quello di fuggire per cui oggi, a fronte di 8 milioni di armeni presenti nel mondo, meno della metà vive nella nazione di origine, la cui indipendenza risale appena al 1991.
Questo breve inquadramento storico, aggiunto al fatto che siamo di fronte ad un popolo oggetto di violenze anche in secoli molto lontani dal nostro, può fornire una prima idea delle tematiche legate ai motivi tradizionali.
Così il programma comprendeva un buon numero di canti patriottici e di canti dell’esilio, alternati a brani amorosi e pezzi relativi alle tradizioni contadine.
Riguardo ai compositori, spiccava innanzitutto la prestigiosa figura di padre Komitas (1896-1935), al secolo Soghomon Gevorki Soghomonyan, che dedicò le sue energie al recupero delle tradizioni legate alla musica armena e fu tra le vittime del genocidio in quanto venne deportato, perse la ragione e trascorse gli ultimi sedici anni della sua vita in un ospedale psichiatrico di Parigi.
Fra gli altri autori proposti vanno ricordati il monaco Mkhitar Ayrivanetsi, vissuto nel Medioevo, insigne studioso, noto per i suoi brani sacri e per una cronistoria del mondo, dalla Creazione al 1289, Sayat-Nova (1712 – 1795) il cui vero nome era Harutyun Sayatyan, nato in Georgia da famiglia armena, famoso anche come poeta e ashik (sorta di “trovatore mistico”), Gabriel Yeranian (1827 – 1862), fondatore del giornale “La lira Armena” e il suo alunno Tigran Tchukhadjian (1837-1898), primo a scrivere un’opera in armeno, che studiò anche al conservatorio di Milano.
Relativamente agli esecutori, Viva Biancaluna Biffi (viola da arco), Pedro Estevan (percussioni), Aram Movsisyan (canto), Gaguik Mouradian (kamancha), Georgi Minassyan e Haïg Sarikouyoumdjian (duduk), ottimamente diretti da Jordi Savall (che ha suonato alternativamente la ribeca, la viella e la viola da gamba), si sono dimostrati tutti molto bravi e affiatati.
A fronte di un’interpretazione di elevata fattura, che ha permesso di ascoltare due strumenti di antichissima tradizione, il duduk armeno (detto anche “flauto albicocca”) e la kamancha (strumento ad arco di origine persiana), a nostro avviso è mancata una certa varietà nel programma, basato su brani di una discreta lentezza e spesso molto tristi, seppur apportatori di atmosfere suggestive ma, se è vero che gli Armeni hanno alle spalle una storia travagliata, facciamo fatica a pensare che nel loro repertorio non ci siano anche pezzi caratterizzati da un po’ di vivacità e allegria.
Pubblico numeroso, che ha decretato il successo della compagine ed è stato omaggiato con un bis consistente in una pacata canzone d’amore, coerente conclusione della serata.

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