Giovedì 21 novembre la stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti propone l’omaggio a Gesualdo da Venosa del quintetto di Francesco D’Errico

Logo Associazione Alessandro Scarlatti 2013-2014Giovedì 21 novembre nell’Auditorium di Castel Sant’Elmo, alle ore 21, si concludono le celebrazioni dell’Associazione Alessandro Scarlatti rivolte ai 400 anni dalla morte di Gesualdo da Venosa con un intrigante progetto del pianista jazz Francesco D’Errico che con il suo quintetto lega il linguaggio madrigalistico all’improvvisazione passando per Igor Stravinskij; legame tra questi mondi apparentemente lontani è il ricordo di una escursione del grande compositore russo a Gesualdo, la fortezza dove il Principe passò il lungo periodo dell’esilio.
Ad accompagnare il pianoforte di Francesco D’Errico in questo viaggio nella geografia della memoria saranno Antonio Iasevoli alla chitarra, Marco de Tilla al contrabbasso, Dario Guidobaldi alla batteria e Giulio Martino al sassofono.

Costo dei biglietti

Platea I settore: 25 Euro
Platea II settore: 20 Euro
Platea III settore
Intero: 15 Euro
Giovani (under 35): 8 Euro
Last minute: 3 Euro (giovani al di sotto dei 25 anni, biglietti messi in vendita un’ora prima del concerto)

Associazione Alessandro Scarlatti
Infoline: 081 406011
Sito web: www.associazionescarlatti.it
e-mail: info@associazionescarlatti.it

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Programma

“Gesualdo 41° nord/15.04° est”
musiche di Francesco D’Errico ispirate al sesto libro di madrigali di Carlo Gesualdo principe di Venosa (1560 -1613)

Amarti > XXI, ancor che per amarti io mi consumo
aspro > VII, mille volte il dì moro
consumo > V, chiaro risplender suole
a volo > I, se la mia morte brami
la doglia > II, beltà poi che t’assenti
cadendo > XVII, moro, lasso,al mio duolo
crudo > IV, resta di darmi noia
e pensi > III, tu piangi, o filli mia
aura > XIX, al mio gioir il cielo si fa sereno
stelle > XI, alme d’amor rubelle
sguardo> VIII, o dolce mio tesoro
io parto > VI, “io parto” e più non dissi

Gli interpreti

Francesco D’Errico
Pianista/compositore/improvvisatore.
Laurea in filosofia teoretica con Master in consulenza filosofica. Ha pubblicato quindici cd a suo nome e circa trenta cd in collaborazione.
Insegna piano jazz ed armonia presso il Conservatorio di Salerno, collabora con il Conservatorio di Napoli.
Dal 2001 al 2009 ha collaborato con L’ISMEZ.
La sua attività di concertista e compositore lo ha coinvolto in produzioni sia di jazz che di musica contemporanea in Italia, Usa, Francia, Svizzera, Austria, Siria, Kossovo.
Tra le sue collaborazioni artistiche ricordiamo: Eddie Gomez, Bob Moses, Marc Ribot, Don Moye, Adam Rudolph, Hartmut Geerken, Markus Stockhausen, Norma Winstone, Sabir Mateen, David A.Gross, Claudio Lugo, Ares Tavolazzi, Fabrizio Sferra, Paolo Innarella, Bruno Tommaso, Ensemble Dissonanzen, Daniele Esposito, Salvatore Tranchini, Marco Sannini, Daniele Sepe.
Dal 2001 collabora con il poeta arabo Adonis.
Più recentemente con l’artista visivo Marco Nereo Rotelli.
E’ stato direttore artistico, per il settore jazz, di Pianocity Napoli 2013.
Con Marco de Tilla e Dario Guidobaldi forma il suo attuale trio. Con Giulio Martino e Antonio Jasevoli il quintetto dedicato al pensiero musicale di Carlo Gesualdo da Venosa.

Giulio Martino
Completa gli studi presso i Conservatori di Napoli e Foggia.
Ha fatto parte del gruppo Elbas del batterista Antonio Golino.
Insegna musica d’insieme jazz e sassofono presso i Conservatori di Potenza e Napoli ed è attivo come docente in numerosi seminari di specializzazione tra i quali ricordiamo i Jazz campus di Alta Formazione Musicale ISMEZ, Pertosa (Sa) e i “Workshop Jazzopolis Palermo meeting & Festival 2010”.
Tra le sue collaborazioni artistiche: Peter Erskine, Antonio Faraò, Daniel Humair, Miroslav Vitous, Norma Winstone, Adam Rudolph, Luigi Bonafede, James Senese , Ares Tavolazzi, Dusko Gojkovich, Pino e Pietro Iodice, Francesco Nastro, Fabrizio Bosso, Pietro Condorelli, Roberto De Simone, Giovanni Falzone, Francesco D’Errico, Antonio Zambrini, Ensemble Dissonanzen; Marco Sannini, Orchestra Napoletana Jazz, Antonello Salis, Javier Girotto, Flavio Boltro, Amit Chattergie, Jorge Bezzerra, Horacio “el negro” Hernandez.
Collabora, partecipando in numerosi jazz festival, stabilmente con, Peggy Stern, Pippo Matino, Scrignoli-Martino-Laviano trio, Arrigo Cappelletti, Mimmo Cafiero Open band (Riccardo Zegna, Harvie S, Roberto Rossi, Gianpaolo Casati), Francesco Nastro “flying on classic”.
Ha pubblicato numerosi cd come sideman.

Antonio Jasevoli
E’ uno dei più interessanti chitarristi della scena contemporanea, con uno stile molto personale, una sintesi risultante da una formazione eterogenea sviluppata, nel corso degli anni, con la frequentazione di molteplici ambiti musicali e chitarristici: dal rock al jazz alla musica etnica, dall’elettronica alla chitarra classica, dalla scrittura colta europea alle forme d’improvvisazione contemporanea.
Pioniere ed importante riferimento nell’uso degli effetti elettronici applicati alla chitarra elettrica, diplomato in chitarra classica è al tempo stesso un grande conoscitore di questo strumento, di cui è uno degli interpreti più originali.
Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi dischi da solista e come ospite, ed ha collaborato con i massimi esponenti della musica internazionale (Kenny Wheeler, Tony Scott, Steve Grossman, Andy Sheppard, Bob Brookmeyer, Maria Shneider, Daniel Humair, Ernst Reijsenger, Dominique Piffarelly, Antonello Salis, Paolo Damiani, Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi,Don Moje, John Taylor), esibendosi nei più importanti teatri e festival internazionali.
E’ leader di vari progetti, dal solo al quintetto, in cui esprime il suo mondo sonoro.
Insegna “Chitarra Jazz” presso il Conservatorio di S. Cecilia di Roma.

Marco de Tilla
Completa i suoi studi presso i Consrvatori di Napoli e Avellino diplomandosi in musica jazz e composizione jazz.
Si perfeziona con Rino Zurzolo, Ermanno Calzolari, Aldo Vigorito, Furio Di Castri, Piero Leveratto, Dario Deidda.
Frequenta seminari internazionali con Dave Holland, Larry Grenadier, Bruno Tommaso, Paul Jeffrey, Scott Colley, Dick Oatts, Danilo Rea, Franco D’Andrea, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco.
Suona abitualmente in formazioni distinte, dal trio alla big band, collaborando anche con affermati musicisti tra cui Antonio Faraò, Norma Winstone, Paolo Fresu, Chuck Findley, Javier Girotto, Emanuele Cisi, David Alan Gross, Andrea Pozza, Roberto Gatto, Adam Rudolph, Don Moye, Nico Gori, Maurizio Giammarco, Giovanni Imparato, John Arnold.
A suo nome tre CD: “A Little Present”, con note di copertina di Piero Leveratto. “By the Waves” e “Suoni Italiani”. Una trentina di dischi come sideman.
Ha suonato in numerosi jazz festival tra i quali Prishtina Jazz (Kossovo), Suona Italiano (Francia), Rencontre avec Adonis (Siria), Ravello Festival, Pertosa Jazz, Eddie Lang Jazz Festival, Villa Celimontana, Biennale des Jeunes Createurs de l’Europe et de la Mediterranee, Pomigliano Jazz, Teano Jazz, Ischia Film Festival, e tanti altri.
Dal 2003 ha collaborato con l’Ismez (Istituto Nazionale per lo Sviluppo Musicale nel Mezzogiorno).
Attualmente insegna Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio di Napoli.

Dario Guidobaldi
E’ nato a Napoli il 22/12/1976.
Ha intrapreso i suoi studi con i Maestri Umberto Guarino e Salvatore Tranchini.
Ha preso parte a seminari di Peter Erskine, Peppe Basile, Maurizio Dei Lazzaretti, Sonny Emory, Agostino Marangolo, Ettore Fioravanti, Agostino Mennella, Massimo Manzi perfezionandosi seguendo i corsi di musica d’insieme con Dave Liebman, P. Leveratto, Furio di Castri, Paolo Birro, Stefano Battaglia, Gianluigi Trovesi.
È attivo professionalmente dal 1996 sia nell’ ambito della musica leggera, etnica sia in quello jazzistico.
Tra le sue collaborazioni ricordiamo: Adam Rudolph, Corrado Paonessa, Josè Davila, Mario Mazzaro, Daniele Sepe, Tony Ronga, Salvatore Tranchini, Nando Trapani, Lorenzo Hengeller, Giulio Martino, Giacomo Pedicini, Valerio Silvestro, Sergio Fusaro, Umberto Muselli, Salvatore Tranchini, Lello Natale Smith, Luca Urciuolo.
Collabora con i “Rosso Band” e con lo storico gruppo “Le loup Garou”.
Dieci pubblicazioni discografiche come sideman.

Gesualdo… par hasard
Roberto Grisley

Amarti, aspro consumo a volo
la doglia cadendo crudo
e pensi, aura, stelle, sguardo.
Io parto.

Le parole musicate dal principe di Venosa.
Eccole, prelevate dai loro luoghi poetici originari e ricombinate, generano un nuovo testo un po’ ermetico ma totalmente e integralmente gesualdiano, ricco di immagini sonore, irto di coppie di consonanti che collidono, si schiacciano, sibilano e restituiscono a questi ‘versi’ il loro inconfondibile colore per scrivere, forse, un nuovo madrigale.
Se non che, queste dodici parole/locuzioni, quasi ad imitazione dei procedimenti del Calvino fine anni Settanta di Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) non sono altro che altrettanti titoli di pezzi che Francesco D’Errico ha composto a partire dal Sesto libro di madrigali di Carlo Gesualdo di Venosa (come correttamente si dovrebbe scrivere).
È l’ultima raccolta del principe (1611): la musica che porta con sé il carico emotivo che sempre si è soliti conferire all’opus ultimum (con i Responsoria).
È opera della compiuta maturità del musicista che con Claudio Monteverdi ha contrassegnato un’epoca; tuttavia, a differenza del cremonese e complice l’aura di maledizione che lo perseguitò già in vita e ancor di più nelle epoche successive per le note vicende di sangue, Carlo Gesualdo (e ancor più il suo discorso musicale) ha stimolato, incuriosito e spinto all’azione molti compositori del Novecento, fra tutti Igor Stravinsky con il Monumentum del 1960, ma anche Salvatore Sciarrino, Luca Francesconi, e molti altri.
Qui non si tratta, avvertiamo subito, di un’operazione di semplice rivisitazione in chiave jazz, né di altre alchimie trasformative della musica di Gesualdo: si tratta di musica integralmente jazz di nuova composizione che nasce dall’intenzione di mettere a confronto due mondi per molti versi inconciliabili.
Cosa c’entra la poesia nel fraseggio di un madrigale con la prosa del fraseggio nel jazz? Cosa c’entrano gli urti, i cromatismi, le feroci e veramente crude dissonanze di Gesualdo con le armonie di undicesima, di nona bemolle, di tredicesima? Cosa c’entra l’improvvisazione con musica che viene eseguita da cima a fondo come è scritta?
Il confronto è più raffinato e sotterraneo. I due mondi inconciliabili dal punto di vista della grammatica musicale e del lessico, del sistema armonico (modale nel Cinque-seicento / tonale nel jazz, anche se alcuni studiosi hanno voluto riconoscere nella musica di Gesualdo spinte verso l’abbandono della modalità proprio per mezzo dell’acceso cromatismo che è argomento è ancora molto dibattuto) hanno almeno una innegabile affinità nello spirito che lega gli esecutori.
Leggiamo qui:

Una festevole attione d’una lieta et amorosa brigata, dove sopra una piacevole od ingegnosa proposta fatta da uno come autore e guida di tale attione, tutti gli altri facciano o dicano alcuna cosa l’un l’altro diversamente, e questo a fine di diletto e d’intrattenimento.
Sono le parole che nel 1572 il giurista e commediografo Girolamo Bargagli scrisse nel Dialogo de’ Giuochi che nelle vegghie Sanesi si usano di fare.
L’affinità con la musica è qui troppo decisa per essere ignorata: ne ricaviamo per analogia la felice descrizione di un setting musicale.
Ciò che lega è dunque non già l’improvvisazione ma una certa atmosfera ‘da camera’, improntata al piacere di far musica insieme in maniera raffinata, in cui l’equilibrio tra voce singola, l’individuo, e il risultato collettivo è costruito con vera e propria alchimia, con un gioco (nel duplice senso del termine di “giocare” e “far musica”), con l’orecchio aperto alla novità sonora che improvvisamente può arrivare nel corso della ricerca di suoni.
Mantenere l’identità della singola voce ed allo stesso tempo affermare un suono collettivo, scambiandosi i materiali, le idee, le parti, sostenendo la tensione musicale anche quando non si canta o non si suona, e trovarsi tutti insieme con libertà intorno a qualcosa di musicalmente condiviso.
Nel jazz questo diventa una sorta di jeu parti a più persone in cui ognuno espone il suo punto di vista sull’argomento, una pratica antica e moderna al tempo stesso.
E allora, in questa cornice, non è una difficoltà se i pezzi di Gesualdo N41° 00′ 21″ E15°04’12” possono accogliere anche procedimenti aleatori nella disposizione dei materiali durante l’esecuzione.
Il titolo indica le coordinate geografiche del castello di Gesualdo “paese ameno et vago alla vista quanto si possa desiderare, con un’aria veramente soave et salubre” scrisse il compositore ferrarese Alfonso Fontanelli in una lettera ad Alfonso II d’Este nel 1594.
Di seguito diamo le corrispondenze tra i pezzi e i madrigali del Sesto libro da cui è stato tratto il materiale: Amarti > XXI, Ancor che per amarti; Aspro > VII, Mille volte il dì; Consumo > V, Chiaro risplender suole; A volo > I, Se la mia morte brami; La doglia > II, Beltà poi che t’assenti; Cadendo > XVII, Moro, lasso,al mio duolo; Crudo > IV, Resta di darmi noia; E pensi > III, Tu piangi o Filli mia; Aura > XIX, Al mio gioir il ciel si fa sereno; Stelle > XI, Alme d’amor rubelle; Sguardo> O dolce mio tesoro; Io parto > VIII , “Io parto” e più non dissi.
Ciascun pezzo ha una propria fisionomia formale, ben individuata, sia nel numero delle sezioni, sia nella loro ricorrenza e nella distribuzione dei soli.
Una generale concezione aleatoria pervade molti di questi dodici momenti (la partitura è costellata di indicazioni come “segue simile liberamente”, “Free open and hard then to A”, “ad libitum drums”, “Intro piano freely”, “Solos ad libitum”, “un riff alla volta liberarnente”, ecc.) per offrire ai musicisti l’ambito temporale necessario all’elaborazione delle idee musicali.
Anche la scelta dei metri (non solo binari o ternari ma anche dispari in cinque o in sette) contribuisce a trasformare gli spunti melodici nella direzione della ricerca sulle potenzialità del frammento.
Infine, l’elemento stilistico più noto della musica di Gesualdo, il cromatismo, è colto nelle numerose sue possibilità per le armonie del jazz e, in fondo, sembra mantenere, mutatis mutandis, anche quella doppia veste del cromatismo gesualdiano così sapientemente descritta da Carl Dahlhaus, che nella musica del principe distingue un cromatismo strutturale, contrappuntistico, dall’impiego di alterazioni che sono invece puri tratti di colore.
Coerentemente con il resto del lavoro nella parte elettronica i materiali usati sono trattamenti di campioni acquisiti dal corrispondente madrigale del Sesto libro.
La musica risulta naturalmente privata di ogni residua matrice vocale e anche i tratti melodici più estesi sono stati riconvertiti e trasfigurati dagli strumenti; alquanto impossibile sarà dunque riconoscere gli originali.
Ciò che invece ogni tanto traspare è il colore di rapidi incontri verticali inconfondibilmente gesualdiani. Ma sono attimi.
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