La straordinaria modernità del “Pierrot lunaire” di Schönberg

Alda Caiello e l'Ensemble InCanto

Alda Caiello e l’ensemble InCanto

Nel 1912 il compositore austriaco Arnold Schönberg (1874-1951) risiedeva a Berlino, dove insegnava Estetica e Teoria della composizione al Conservatorio Stern.
Si trattava di un ritorno, in quanto nella città tedesca aveva già soggiornato fra il 1901 ed il 1903, lavorando anche nel cabaret “Überbrettl” di Ernst von Wolzogen come pianista accompagnatore dei cantanti, anche se il suo compito, essendo un autodidatta, era limitato alle prove.
La nuova avventura, che faceva seguito ad un periodo di forti insuccessi, legati all’avversione nei confronti suoi e della sua musica da parte dei viennesi, stimolò l’autore a riprendere l’attività compositiva, rivolgendosi verso orizzonti nuovi e particolarissimi.
In tale contesto nacque anche Pierrot lunaire, definito Melodram, cioè testo recitato su un libero accompagnamento musicale, per voce recitante, cinque strumentisti, ed otto strumenti (pianoforte, violino, viola, violoncello, flauto, ottavino, clarinetto, clarinetto-basso), scritto su commissione dell’ attrice di cabaret Albertine Zehme che, vestita da Pierrot, fu anche la protagonista dell’esordio, tenutosi il 6 ottobre 1912 alla Choraliensaal di Berlino.
La parte strumentale venne invece affidata a cinque musicisti, che suonavano dietro un paravento, diretti dallo stesso Schönberg.
Riguardo al testo, l’autore attinse a Pierrot lunaire: rondels bergamasques, ciclo di 50 liriche, risalente al 1848, del poeta simbolista belga Albert Giraud.
Ne scelse 21 (“tre volte sette poesie” come tenne a specificare il musicista), nella traduzione abbastanza libera, operata dal tedesco Otto Erich Artleben, e le raggruppò costruendo una vicenda costituita da tre differenti momenti, durante i quali il protagonista era prima avvolto in un’atmosfera onirica, poi si convinceva di essere un assassino, ed infine si immergeva in nostalgiche suggestioni.
Su questi testi, declamati dalla voce recitante tramite un’ampia gamma di effetti, definiti minuziosamente sulla partitura, era innestata una musica atonale, caratterizzata dalla assoluta autonomia di ogni strumento.
Berlino accolse con grande entusiasmo il Pierrot lunaire che, ben presto, venne eseguito in varie parti d’Europa, con accoglienze non sempre positive.
In Italia la “prima”, fortemente voluta da Casella e diretta dallo stesso Schönberg, si tenne a Padova nel 1924, nell’ambito della stagione della Società di Concerti “Bartolomeo Cristofori”.
Anche Puccini, già malato, volle essere presente all’evento e, prima del concerto, andò ad omaggiare l’autore austriaco, pur se dopo rilasciò delle frasi non proprio entusiastiche, facendo però trasparire quasi un sospiro di sollievo in quanto, da innovatore moderato, si rese conto che Schönberg, almeno per il momento, non poteva essere considerato un temibile rivale.
Il Pierrot lunaire è stato proposto recentemente nell’ambito della stagione dell’Associazione Scarlatti, affidato all’ensemble InCanto, diretto da Fabio Maestri, ed al soprano Alda Caiello, in un programma che comprendeva anche versioni particolari, per piccola orchestra, curate da Schönberg, di tre valzer straussiani.
Sia il gruppo, sia la solista, rappresentano degli specialisti nell’interpretazione di brani moderni e contemporanei e, inoltre, si sono spesso esibiti insieme.
Un vantaggio indiscutibile, in casi come questi, nei quali la musica, per quanto possa sembrare strano, necessita di una precisione assoluta, una nitidezza di suono e una sintonia praticamente assoluta fra compagine strumentale e cantante.
Tutte peculiarità che contraddistinguevano l’intero organico, che ha dato vita ad un’esecuzione magistrale, dove la eccezionale bravura dei singoli musicisti ha incontrato la straordinaria vocalità di Alda Caiello.
Pubblico numeroso, ben preparato e, in buona parte, giunto appositamente per ascoltare il Pierrot lunaire, tenendo presente le scarsissime defezioni che si sono avute durante la proposizione del lavoro.
Chiudiamo con un paio di doverose considerazioni relative al brano di Schönberg.
La prima riguarda la sconvolgente modernità della composizione, se si pensa che stiamo parlando di un lavoro del 1912; la seconda, correlata alla precedente, concerne la enorme quantità di paccottiglia scritta nel Novecento (in particolare dopo il secondo conflitto mondiale), da parte di compositori o presunti tali che, seguendo maldestramente la via segnata dal compositore austriaco, si sono spacciati per innovatori trasgressivi.

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