L’eclettico sassofonista neozelandese Hayden Chisholm, in duo con il pianista Simon Nabatov, conquista il pubblico dell’Associazione Alessandro Scarlatti

Simon Nabotov e Hayden Chisholm

Simon Nabatov e Hayden Chisholm

Chi ha avuto modo di visitare il Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina di Napoli, meglio noto come MADRE, si ricorderà certamente della sala che ospita una serie di piccoli teschi rotanti, creati dalla scultrice e regista tedesca Rebecca Horn, avvolti in una musica quasi ipnotica.
Sono pochi a sapere che la colonna sonora di questa installazione è opera del sassofonista e compositore neozelandese Hayden Chisholm, che ha utilizzato la sua voce, sfruttando il cosiddetto “canto armonico”, tecnica che ritroviamo nelle tradizioni di popoli sparsi un po’ in tutto il mondo e affine, in parte, anche al “canto a tenore” sardo.
Si comprende già da queste brevi righe l’ecletticità di un personaggio che spazia nell’ambito della musica jazz e contemporanea, con un occhio di riguardo verso il classico, come abbiamo potuto apprezzare nel concerto intitolato “Hayden plays Haydn”, secondo appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, che ha visto salire Chisholm sul palcoscenico dell’Auditorium di Castel S. Elmo, in compagnia del pianista russo, trapiantato negli USA, Simon Nabatov.
Difficile, se non impossibile, inquadrare la serata in un ambito ben definito, poiché, se la base di partenza erano le musiche di Haydn, a testimonianza di una deferenza di Chisholm verso il passato, gli sviluppi risultavano abbastanza imprevedibili, sconfinando talora nel jazz, altre volte nella musica contemporanea e, in alcuni casi, anche nelle tradizioni folcloristiche più antiche (grazie alla contemporanea utilizzazione dello sruti box, strumento di origine indiana dal suono simile all’harmonium).
Rispetto ad altri esempi di rivisitazione e ri-creazione di autori del passato, numerosissimi negli ultimi decenni, a nostro avviso il maggior pregio dell’operazione portata avanti da Chisholm sta nella precisa intenzione di non snaturare i motivi originali che, per quanto trasformati e adattati a sonorità moderne, mantengono inalterata una classicità di fondo, abbinata a forti suggestioni e ad una elevata raffinatezza.
E ciò risulta quanto mai unico, se pensiamo che il sassofono, poco amato anche dai musicisti del Novecento, deve la sopravvivenza quasi esclusivamente al jazz.
Alla bravura ed al virtuosismo di Hayden Chisholm, che con il suo strumento è in grado di emettere una gamma di suoni quasi infinita, faceva da supporto Simon Nabatov, presenza non casuale, in quanto pianista approdato al jazz, dopo aver acquisito solidi basi musicali, prima al Conservatorio di Mosca e poi alla Juilliard School of Music di New York, dotato di un suono molto nitido e di un tocco vellutato, in palese e quasi miracoloso contrasto con la sua massiccia presenza.
Pubblico numeroso, che sembra aver gradito molto questo connubio piuttosto particolare, grazie al quale sono state proposte, in una rispettosa chiave moderna, musiche appartenenti al passato.

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