I “Vespri d’organo” chiudono la prima parte della stagione con un concerto di ottimo livello nella chiesa napoletana di San Pietro ad Aram

Da sinistra a destra: Marco Palumbo, Valentina Varriale, Rosario Cantone - Foto Max Cerrito

Da sinistra a destra: Marco Palumbo, Valentina Varriale, Rosario Cantone – Foto Max Cerrito

Il recente appuntamento con la VII edizione della rassegna “Sette secoli di musica sacra per organo a Napoli – Vespri d’organo”, organizzata dall’Associazione Trabaci e affidata alla direzione artistica di Mauro Castaldo ha ospitato, nella Basilica di San Pietro ad Aram, il soprano Valentina Varriale, il tenore Rosario Cantone e l’organista Marco Palumbo.
Il programma proposto si rivolgeva ad un periodo compreso fra l’inizio del Seicento e la seconda metà del Novecento, partendo dalla “Bergamasca” di Girolamo Frescobaldi (1583-1643), uno dei due “capricci secolari”, collocati al termine dei Fiori musicali, raccolta pubblicata a Venezia nel 1635 che comprendeva tre Messe.
Contemporaneo di Frescobaldi, il tedesco Heinrich Schütz (1585-1672) è considerato fra i principali precursori di Bach, anche se attualmente gode, al di fuori della Germania, di una scarsa notorietà.
Nell’ambito della sua copiosa produzione abbiamo ascoltato O Jesu, nomen dulce per tenore e organo, contenuto nella seconda parte dei Kleine Geistliche Konzerte (Piccoli concerti sacri), risalenti al 1639.
Il successivo “Domine Deus” per soprano ed organo era tratto dal Gloria in re maggiore RV 589 di Antonio Vivaldi (1678-1741), oggi famosissimo, che dovette attendere gli albori del Novecento per essere riportato alla luce.
La sua datazione si colloca intorno al 1715, periodo in cui l’autore veneziano era maestro di coro al Pio Ospedale della Pietà, prestigiosa istituzione veneziana che racchiudeva convento, orfanotrofio e conservatorio.
E’ stata poi la volta di due pagine organistiche, il Preludio e Fuga in sol maggiore BWV 541 di Johann Sebastian Bach (1685-1750) e la Sonata VI in re minore, op. 65 di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847).
Il primo venne composto da Bach presumibilmente nel 1712, durante la permanenza a Weimar, ma fu poi revisionato dopo il 1740, mentre la seconda chiude una raccolta organistica data alle stampe nel 1845, frutto di una commissione della casa editrice inglese Coventry & Hollier.
Non poteva mancare uno sguardo sulla gloriosa scuola francese dell’Ottocento, rappresentata da Gabriel Fauré (1845-1924), con il “Pie Jesu” per soprano ed organo, appartenente al celeberrimo Requiem op. 48, e César Franck (1822-1890), belga trapiantato a Parigi, autore di Pièce héroïque in si minore, dai Trois pièces pour grand orgue, risalenti al 1878.
Ultimi due brani in programma il Salmo VI (1943) e Tota Pulchra (1961), significativi esempi della produzione sacra di Nino Rota (1911-1979), compositore famoso soprattutto per le sue colonne sonore.
Riguardo ai tre interpreti, abbiamo potuto apprezzare la splendida voce del soprano Valentina Varriale, che ha raggiunto l’apice nel “Pie Jesu” del Requiem di Fauré, l’ottimo apporto del tenore Rosario Cantone e la prova di grande livello fornita da Marco Palumbo che, grazie al programma scelto, ha evidenziato le grandi potenzialità dell’organo Tamburini.
Va ancora sottolineato l’affiatamento fra organista e cantanti, culminato nel trio del Tota Pulchra di Rota, con il quale si è chiuso il bellissimo recital, davanti ad un pubblico, per una volta, abbastanza numeroso.
Considerando che questo era l’ultimo concerto prima della pausa estiva, è doveroso tracciare un bilancio della stagione fin qui portata avanti che, dal punto di vista delle musiche ascoltate e degli artisti ospitati, risulta estremamente positivo.
Ciò che, invece, risulta piuttosto preoccupante è la esigua presenza di pubblico, nonostante i concerti siano gratuiti e a prescindere dalla maggiore o minore notorietà dell’esecutore e dei compositori proposti.
Per non parlare del fatto che, lungo l’arco di un recital, si assiste quasi sempre al progressivo assottigliamento del numero degli spettatori.
Siamo quindi arrivati al paradosso che l’attività concertistica è in grande ripresa da alcuni anni a questa parte, ma non ha più un pubblico in quanto i vecchi appassionati, per motivi anagrafici, sono quasi completamente scomparsi ed è mancato il ricambio generazionale.
Il colpo di grazia è venuto poi dal crescente pregiudizio che abbina lo strumento alla Chiesa e, d’altro canto, negli stessi ambienti ecclesiastici ci si accontenta spesso degli organi elettronici, sicuramente più adatti alla pochezza dei canti che accompagnano le attuali funzioni liturgiche.
Per tali motivi, l’unica strada possibile da percorrere è quella della costanza e della tenacia da parte di chi ha a cuore le sorti dell’organo che, ci auguriamo, possa alla fine portare i suoi frutti, se non nel breve, almeno nel medio periodo.

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