Nella Sala Scarlatti del Conservatorio di Napoli l’apoteosi del “Concerto grosso” omaggia Arcangelo Corelli a trecento anni dalla morte

Concerto Barocco - Foto Tommaso RossiDurante il periodo barocco si sviluppò il concerto grosso, così definito in quanto l’organico strumentale risultava più numeroso dell’usuale e veniva suddiviso in due gruppi, che si alternavano nell’eseguire i vari movimenti.
Da una parte avevamo il concertino, formato dai solisti più bravi (di solito due violinisti ed un violoncellista), dall’altra l’intera orchestra, detta concerto grosso o ripieno.
A sviluppare e diffondere tale forma, creata da Alessandro Stradella, fu Arcangelo Corelli (1653-1713), nativo di Fusignano (PR), che si spostò poi a Roma, a partire dal 1675, dove portò avanti una carriera prestigiosa come compositore e violinista di grande virtuosismo.
Al celebre musicista, nel terzo centenario dalla morte, era dedicato il concerto svoltosi nella Sala Scarlatti del conservatorio napoletano di San Pietro a Majella, dal titolo “Corelli e il Concerto Grosso in Europa”, posto a chiusura del Laboratorio di Musica Antica del S. Pietro a Majella, tenuto dalla violinista Olivia Centurioni, docente di Violino Barocco al Conservatorio di Napoli.
Insieme a lei, protagonisti della serata sono stati gli allievi napoletani e gli studenti provenienti dai Dipartimenti di Musica Antica dei Conservatori di Roma, L’Aquila, Novara e Torino, ai quali si sono aggiunti Nick Robinson (docente di Violino Barocco al Conservatorio di Novara), Giuseppe Guida (docente di Violino al Conservatorio di Napoli), Marco Ceccato (docente di Violoncello Barocco al Conservatorio di Porto in Portogallo) ed Evangelina Mascardi (docente di Liuto al Conservatorio di Pesaro).
Il programma si è aperto nel nome di Corelli, con il Concerto grosso in re maggiore n. 4, tratto dall’op. 6, che comprendeva dodici concerti grossi e venne pubblicata postuma ad Amsterdam nel 1714, in quanto il compositore non volle darla alle stampe finché fu in vita.
La successiva Sonata II, apparteneva a “L’Armonico tributo”, raccolta concepita dal franco-tedesco Georg Muffat (1653 – 1704), allievo di Lully, all’indomani del suo soggiorno a Roma nel 1681-82, dove ebbe modo di perfezionarsi con Pasquini.
che soggiornò girò moltonte al franco
Con il conte Unico Wilhelm van Wassenaer (1692-1766), diplomatico e compositore, siamo passati all’Olanda.
Il suo Concerto grosso n. 1 in sol minore, insieme agli altri che componevano i “Sei Concerti Armonici”, scritti fra 1725 ed il 1740, vennero erroneamente attribuiti prima al violinista Ricciotti e, in seguito, addirittura a Pergolesi, finché il manoscritto originale non fu rinvenuto, alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, nella dimora del nobile a Twickel.
Altro autore scarsamente noto fu l’inglese Charles Avison (1709-1770), che a Londra ebbe come maestro Francesco Geminiani, ma svolse la maggior parte della sua carriera a Newcastle dove era nato.
Il Concerto grosso n. 5 in re minore, eseguito per l’occasione, proveniva da una serie di dodici concerti grossi, creati prendendo spunto da motivi appartenenti alle sonate di Domenico Scarlatti, del quale Avison fu un notevole divulgatore nell’ambito del Regno Unito.
Ultimo brano della serata, la Passacaglia della Sonata V di Muffat, anch’essa derivante da “L’Armonico Tributo”, caratterizzata da una stupefacente bellezza.
Uno sguardo ora agli interpreti, per sottolineare sia la prova di grande spessore fornita da Olivia Centurioni, Nick Robinson, Giuseppe Guida, Marco Ceccato e Evangelina Mascardi, impegnati talora come solisti (in realtà si dovrebbe dare quasi per scontato che un docente sia anche un esecutore di un certo livello, ma purtroppo non sempre accade), sia l’ottimo apporto dei giovani e meno giovani che formavano l’orchestra, caratterizzata da un suono nitido e da una grande compattezza, indice della bontà dell’operato di Olivia Centurioni.
In conclusione un concerto di elevatissimo livello, frutto dell’abbinamento fra professionalità, impegno e bravura dei partecipanti, con un programma quanto mai interessante, rivolto a musiche ed autori che andrebbero rivalutati ed approfonditi.
Il resoconto musicale termina qui, ma non possiamo chiudere senza aver segnalato, con forte disappunto, che la Sala Scarlatti, solitamente pienissima anche in occasioni decisamente meno importanti di questa, presentava ampi vuoti.
La nostra sensazione è che vi sia stata scarsa divulgazione dell’evento, basti pensare che gli unici due giornalisti erano il sottoscritto, avvertito per vie alternative, ed un validissimo collega, che aveva la figlia fra gli esecutori.
In più, il pubblico presentava una buona percentuale di allievi e docenti del conservatorio, per cui è apparso quasi come se l’avvenimento, per motivi abbastanza inspiegabili, dovesse rimanere circoscritto fra le mura del “S. Pietro a Majella” in una sorta di autoreferenzialità che, con i tempi che corrono, non giova a nessuno.

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