Un sestetto eccezionale illumina il penultimo appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti

Johannes Brahms 1860Nell’ambito della produzione cameristica di Johannes Brahms, i due Sestetti per archi occupano un posto di tutto rispetto.
Essi furono scritti a distanza di circa cinque anni l’uno dall’altro, e si distinguono nettamente fra loro, rispecchiando differenti stati d’animo.
Il Sestetto per archi n. 1 in si bemolle maggiore, op. 18, fu iniziato nell’estate del 1860, completato a settembre ed eseguito per la prima volta in ottobre, sotto la direzione del fedelissimo Joachim.
Fin dall’inizio, la composizione ebbe un grande successo, per la sua freschezza (da cui è anche nota come “Frühlingssextett”, ovvero Sestetto di Primavera), il suo romanticismo e la sua poesia.
Completamente diverso il discorso del Sestetto n. 2, op. 36, definito anche “Agathe-Sextett” in quanto verosimilmente composto ricordando la storia d’amore che Brahms aveva avuto fra il 1858 e il 1859 con Agathe von Siebold, figlia di un professore universitario di Gottinga, terminata con la fuga del musicista da una situazione che lo stava portando verso il matrimonio.
A supporto di questa, che è più di un’ipotesi, vi è non solo un primo movimento basato sulla successione di note “la-sol-la-si-mi”, che utilizzando la notazione musicale tedesca diventano “A-G-A-H-E”, ma anche una frase riferita ad un amico al quale Brahms confidò di essersi in quel modo “liberato del suo ultimo amore”.
Con questo secondo sestetto, scritto a cavallo fra il 1864 ed il 1865, il compositore volle trasmettere le sue contrastanti e laceranti sensazioni, mediante una struttura molto complessa e più difficile da recepire immediatamente, per cui il brano non ha mai avuto lo stesso successo del precedente.
Al proposito, va ancora ricordato che il sestetto per archi  ebbe in Brahms il suo precursore, ma pochi lo seguirono, per cui, considerato lo scarso repertorio presente in letteratura, trovare un ensemble fisso, costituito da due violini, due viole e due violoncelli, oggi risulta abbastanza raro.
Ne consegue che, spesso e volentieri, questi brani sono eseguiti da solisti riuniti per l’occasione e con esiti non sempre ottimali.
Alla luce di tali considerazioni, assume un valore ancora più elevato il concerto, rivolto ai sunnominati pezzi brahmsiani, svoltosi nell’ambito della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, che ha avuto come protagonisti il Quartetto Ysaÿe, formato da Guillaume Sutre e Luc-Marie Aguera (violini), Miguel da Silva (viola) e Yovan Markovitch (violoncello) e due membri dell’ex Quartetto Alban Berg (scioltosi nel 2008 dopo ben 38 anni di attività), la violista Isabel Charisius e il violoncellista Valentin Erben.
Tale formidabile ensemble è stato decisamente all’altezza della fama dei rispettivi quartetti di appartenenza, dando vita ad un concerto di altissimo livello, dove si potevano apprezzare, nei minimi particolari, la complessità e l’intensità delle due composizioni brahmsiane, grazie a musicisti bravissimi come solisti e capaci anche di amalgamarsi perfettamente fra loro.
Il tutto si è concretizzato in un’esaltante serata cameristica, chiusa con un bis rivolto ad un movimento del Sestetto per archi, op. 48 di Dvořák, che lascia un unico rammarico, relativa alla presenza di un pubblico sicuramente numeroso, ma non quanto ci si poteva attendere, visto il prestigio dei musicisti, a conferma della costante imprevedibilità che da sempre caratterizza la piazza napoletana.

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