In “Chest’è ‘a Storia d’ ’o Munno” prevale ancora Barabba

Roberto Albin e Francesco D'Ovidio

Roberto Albin e Francesco D’Ovidio

Nell’ambito di una programmazione musicale quanto mai povera, che ha caratterizzato la seconda parte della Settimana Santa a Napoli, l’unica a distinguersi è stata l’Associazione Domus Ars che, nella chiesa di S. Francesco delle Monache, ha voluto allestire un piccolo gioiello, proponendolo due volte nella stessa serata la piéce teatrale-musicale Chest’è ‘a Storia d’ ’o Munno.
Intensi protagonisti dell’allestimento, l’attore Roberto Albin ed il pianista, compositore e direttore d’orchestra Francesco D’Ovidio.
Al primo si deve il testo, incentrato sulla traduzione in lingua napoletana del Vangelo della Passione, mentre il secondo ha curato le musiche di accompagnamento, da lui scritte originariamente per quartetto d’archi, eseguite per l’occasione in una versione pianistica.
Nel breve prologo, che aveva uno scopo introduttivo, abbiamo ascoltato frammenti di musica (Lacrimosa, dal Requiem di Mozart, Lento, lento da Angelo quante volte un uomo di D’Ovidio ed il secondo movimento del Concerto in fa minore per cembalo BWV 1056 di Bach), abbinati a brani di Pasolini (Cantata sulla Croce), Mary Ellen Ashcroft (Il Vangelo di Maddalena) e padre David Maria Turoldo (Meditazione).
Si entrava, quindi, nel vivo della serata, con la descrizione degli avvenimenti legati alla Passione, Morte e Resurrezione di Cristo, nella mirabile interpretazione di Roberto Albin, che dava voce a fatti e personaggi di quelle tragiche ore, avvalendosi di una traduzione che confermava come il dialetto napoletano, o meglio la lingua napoletana, si presti ad esaltare i toni drammatici molto più dell’italiano.
Tali emozioni erano ulteriormente esaltate dalle musiche di sottofondo che, nei punti salienti, costituivano una colonna sonora di grande suggestione ed il tutto si configurava come un contributo, molto sentito ed originale, alla spiritualità popolare.
Il nostro resoconto potrebbe chiudersi qui, con un doveroso ringraziamento a due artisti di eccezionale bravura, che ci hanno fatto trascorrere un’ora a dir poco emozionante, ma a questo punto ci preme approfondire qualcosa che abbraccia un discorso più ampio e generale, legato all’esiguità degli spettatori presenti, sia al primo spettacolo, sia alla successiva replica.
Purtroppo dobbiamo constatare, con grande tristezza, che non è la prima volta (e sicuramente non sarà l’ultima) che proposte di grande originalità e spessore a Napoli non ottengano il riscontro meritato.
In taluni casi abbiamo cercato di comprendere e talora giustificare il pubblico, costretto a scegliere fra diversi eventi proposti contemporaneamente, da una programmazione a dir poco scriteriata.
Ma questa volta possiamo solo prendere atto, considerando anche la discreta promozione che ha preceduto una piéce allestita altre volte con grande successo, di un disinteresse generale al proposito.
Siamo ormai in piena caduta libera, preda di un progressivo, inarrestabile ed irreversibile imbarbarimento, che coinvolge ormai tutti i settori della città, compreso un ambito come quello artistico, dove ci sono ancora tantissimi talenti che, fra mille difficoltà di ogni tipo, cercano di contrastare l’ignoranza e l’indifferenza, finendo per essere considerati folli o alieni da chi li dovrebbe invece sostenere.
Un panorama desolante, che ci ha suggerito un titolo piuttosto amaro, abbastanza vicino al passaggio conclusivo dello spettacolo, che sottolinea come, a distanza di tanti anni, il mondo sia rimasto lo stesso e l’ingiustizia regni ancora sovrana.

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