Lo ScarlattiLab/Barocco chiude con un omaggio all’opera buffa napoletana

Da sinistra a destra: Minni Diosati, Leslie Visco, Cristina Grifone, Maddalena Pappalardo, Silvia Tarantino, Candida Guida, Enrico Vicinanza, Fabio Anti, Pino De Vittorio, Giuseppe Naviglio - Foto Giovanni Caiazzo

Da sinistra a destra: Minni Diodati, Leslie Visco, Cristina Grifone, Maddalena Pappalardo, Silvia Tarantino, Candida Guida, Enrico Vicinanza, Fabio Anti, Pino De Vittorio e Giuseppe Naviglio – Foto Giovanni Caiazzo

Terzo ed ultimo appuntamento con lo ScarlattiLab Barocco, iniziativa promossa dalla Associazione Alessandro Scarlatti, che quest’anno ha coinvolto giovani solisti provenienti dai Conservatori di Napoli, Bari e Cosenza, e le prime parti dell’ensemble “I Turchini di Antonio Florio”, il tutto sotto la direzione artistica di Antonio Florio e Dinko Fabris, con la collaborazione di Tommaso Rossi.
Il concerto conclusivo, intitolato “ ‘Ppemmuseca – la grande stagione dell’opera buffa”, che si rivolgeva prevalentemente ad una serie di compositori attivi a Napoli fra fine Seicento e metà Settecento, ha visto alternarsi, sul palcoscenico di un gremitissimo Auditorium di Castel S. Elmo, alcuni allievi del Conservatorio napoletano di S. Pietro a Majella, in parte già affermati, ai quali si sono aggiunti Pino De Vittorio, Giuseppe Naviglio e Peppe Barra.
Ad aprire la serata sono stati i soprani Silvia Tarantino e Maddalena Pappalardo, nei panni dei due vivaci nani Moschino e Moschetta, personaggi appartenenti a “Le avventure di una fede” di Cristofaro Caresana (1640-1709).
A seguire un breve intervento di Peppe Barra, legato alla “Cantata dei pastori” di Andrea Perrucci (1651-1704), che ha preceduto il duetto fra il soprano Minni Diodati ed il tenore Fabio Anti, nei rispettivi ruoli di Angelo e Demonio, da “La colomba ferita” di Francesco Provenzale (1627-1704).
E’ stata quindi la volta del lungo monologo di Peppe Barra rivolto a “La vecchia scortecata”, liberamente tratto dall’omonima fiaba contenuta ne “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (1575-1632).
Il successivo recitativo e duetto, “La partita del mio core” da “Colombina e Pernicone” di Francesco Mancini (1672-1737) era affidato a Enrico Vicinanza (contralto) e Giuseppe Naviglio (baritono), mentre il recitativo e duetto di “Belisa e Dorillo”, dagli intermezzi per “Ottavia restituita al trono” di Domenico Scarlatti (1685 – 1757), portava alla ribalta la coppia formata dal soprano Leslie Visco e dal tenore Pino De Vittorio.
Quest’ultimo rimaneva poi sulla scena per duettare con il soprano Cristina Grifone, dando vita ad una scenetta particolarmente vivace, legata all’intermezzo “Graziello e Nella” (attribuito a Giuseppe Petrini), basata su un linguaggio vernacolare del quale si è persa la memoria.
Particolarmente interessante, dal punto di vista storico, il recitativo, aria e duetto finale da “Dorimena e Tuberone”, interpretato dal contralto Candida Guida e dal baritono Giuseppe Naviglio, in quanto scritto da Francesco Bartolomeo Conti (1682-1732), fiorentino trapiantato alla corte di Vienna, il che indica come l’opera buffa, pur avendo attecchito soprattutto a Napoli, potesse contare su numerosi estimatori anche nel resto d’Europa.
L’ultima intensa sortita di Peppe Barra, come dolente Pulcinella, nella Serenata di Domenico Cimarosa (1749-1801) dedicata alla celeberrima maschera partenopea, faceva da prologo al ben congegnato e scoppiettante brano di chiusura, “Fa l’alluorgio cammmenare” di Leonardo Leo (1694 – 1744), che vedeva impegnati tutti i cantanti nell’esecuzione di un pezzo, dove la descrizione dei battiti dell’orologio risultava il pretesto per alternare i virtuosismi delle singole voci ai passaggi di insieme.
Fin qui il programma, molto interessante, che aveva lo scopo di descrivere tipi e situazioni dell’opera buffa, in una serata uscita quasi subito dai binari concepiti, a causa del monologo del grande Peppe Barra, tipico della sua teatralità, ma estremamente lungo e piuttosto avulso dal contesto, essendo giunto a ridosso dei primi due siparietti.
In tal modo il pubblico ha perso di vista l’obiettivo principale, consistente nella proposizione, in rapida successione, di una serie di piccoli gioielli, talora di raro ascolto, mediante i quali i bravissimi cantanti dello ScarlattiLab erano chiamati ad evidenziare il loro valore, avvalendosi della collaborazione di due artisti molto esperti quali Pino De Vittorio e Daniele Naviglio.
Da questo punto di vista, i primi quattro interpreti possono ritenersi più fortunati degli altri, perché hanno goduto di una maggiore attenzione e portato brillantemente a termine la loro missione, che era quella di incanalare il concerto su un percorso poi provvisoriamente interrotto.
Forse, dopo il monologo, era necessaria una brevissima pausa, in modo da permettere agli spettatori di recuperare la compostezza, venuta meno, gioco forza, durante l’esibizione di Peppe Barra, e di ricordare loro che la serata era dedicata principalmente allo ScarlattiLab e all’opera buffa.
Riguardo alla parte strumentale, Alessandro Ciccolini, Marco Piantoni (violini) e Rosario Di Meglio (viola), componenti de “I Turchini” di Antonio Florio, Vincenzo Caterino (violoncello) e Francesco Aliberti (cembalo), allievi del Conservatorio di Napoli ed il percussionista Ivan Lacagnina (presente solo nella parte iniziale), hanno formato un ensemble ottimo e molto affiatato, accompagnando splendidamente i cantanti.
I complimenti finali vanno innanzitutto all’Associazione Alessandro Scarlatti, che per il secondo anno di seguito ha supportato un’iniziativa abbastanza unica trovando, nel maestro Antonio Florio e nei suoi collaboratori, interlocutori privilegiati di grande professionalità ed esperienza, trasmessa durante tutta la stagione ad un gruppo di cantanti di assoluto valore e, caso abbastanza raro nel campo, molto affiatati anche al di fuori del palcoscenico.
Alla luce di queste considerazioni, ci auguriamo che la validissima iniziativa possa proseguire anche il prossimo anno, mettendo in evidenza altri giovani artisti meritevoli di essere conosciuti ed apprezzati.

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