All’Auditorium di Castel S. Elmo rivivono i concerti bachiani di Lipsia

Foto Eddy Postuma de Boer

Ton Koopman – Foto Eddy Posthuma de Boer

Johann Sebastian Bach (1685-1750) giunse nel 1723 a Lipsia, chiamato a ricoprire il posto di Kantor della Chiesa di San Tommaso, rimasto vacante l’anno prima per la morte di Johann Kuhnau.
Il prestigioso incarico gli fu affidato dal consiglio municipale della città tedesca, dopo una vicenda lunga e ricca di colpi di scena, con una decisione abbastanza sofferta, in quanto molti ritenevano che il musicista non sarebbe stato in grado di svolgere appieno gli impegnativi compiti richiesti da tale ruolo.
Infatti, oltre a comporre brani sacri, a cadenza settimanale, per le funzioni che si tenevano nelle due chiese principali di Lipsia (la Thomaskirche e la Nikolaikirche), il Kantor doveva anche insegnare alcune materie alla Scuola di S. Tommaso, istituzione legata all’omonima chiesa.
Partendo da tali presupposti, possiamo immaginare come, durante il soggiorno a Lipsia, che durò circa 27 anni, il compositore dovette lottare con le autorità per mantenere quella posizione prestigiosa, dalla quale ricavava i maggiori proventi per sostenere lui e la sua numerosa famiglia.
C’è anche da dire che i primi anni di permanenza a Lipsia, relativamente tranquilli, avevano coinciso con un aumento della fama di Bach, sia come organista, sia in qualità di esperto organaro, per cui spesso egli si assentava dalla città, demandando ad altri molte delle mansioni relative al suo incarico, il che provocò un diffuso malcontento fra i membri del Consiglio.
In più, a partire dal 1729, Bach venne nominato direttore del Collegium Musicum, ensemble fondato da Telemann nel 1702, di emanazione universitaria, formato da musicisti di professione e musicisti dilettanti, che si esibiva settimanalmente presso uno degli otto caffé di Lipsia, il cui proprietario era Gottfried Zimmermann.
Un incarico protrattosi almeno fino al 1741 (con una interruzione nel 1738), grazie al quale il compositore trovò nuovi stimoli, finendo per orientare buona parte dei suoi sforzi sulla produzione strumentale profana, praticamente ferma da quando aveva lasciato Köthen, a scapito di quella sacra.
Il repertorio proposto durante questi concerti, consisteva sovente in rielaborazioni, di brani scritti in precedenza da Bach o di pezzi appartenenti ad altri autori, concepiti per organici differenti dall’originale.
In particolare, molto spazio era dato al clavicembalo che, da strumento deputato al solo accompagnamento, acquisiva piena autonomia.
In tal modo iniziava una concezione nuova in ambito concertistico, volta a ribaltare i ruoli, fino ad allora stabiliti, che spettavano alla sezione degli archi ed al clavicembalo.
Il repertorio scaturito da questa rivoluzionaria innovazione, è stato alla base del concerto tenuto l’altra sera, nell’ambito della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, da Ton Koopman, esibitosi insieme ai clavicembalisti Tini Mathot, Patrizia Marisaldi e Lorenzo Feder, ed ai Solisti dell’Amsterdam Baroque Orchestra.
In apertura abbiamo ascoltato il Concerto per 3 clavicembali in do maggiore BWV 1064, probabile elaborazione di un concerto per tre violini, seguito dal celeberrimo Concerto per 2 clavicembali in do minore BWV 1060, derivato presumibilmente da un concerto per due violini o per violino ed oboe, e dal Concerto per 3 clavicembali in re minore BWV 1063 sulle cui origini non si è ancora fatta piena luce.
Dopo l’intervallo, spazio a Vivaldi, con i concerti per quattro violini, violoncello ed orchestra, n. 7 in fa maggiore RV 567 e n. 10 in la minore RV 580, tratti da “L’Estro Armonico, op. 3”, dove i clavicembali sostituivano gli archi solisti.
Nel primo si trattava di un apporto concepito da Koopman, in prima esecuzione italiana, mentre nel secondo, posto a chiusura della serata, avevamo di fronte una versione bachiana, catalogata come BWV 1065.
Fra i due brani trovava posto il Concerto per 2 clavicembali in do minore BWV 1062, derivato da un altro pezzo di Bach, il Concerto per due violini BWV 1043.
Per quanto riguarda gli interpreti, è stato possibile innanzitutto apprezzare come Koopman, oltre ad essere un esecutore di altissimo livello, sia in grado, con la sua carismatica presenza, di infondere grande fiducia nei musicisti ai quali si accompagna (e, curiosamente, durante l’unico brano che non lo vedeva protagonista, sul palcoscenico c’è stato un black-out quasi totale di pochi secondi).
Molto bravi anche gli altri musicisti, tutti all’altezza dei rispettivi compiti, dall’ottimo terzetto di clavicembalisti citati in precedenza (Tini Mathot, Patrizia Marisaldi e Lorenzo Feder), ai Solisti dell’Amsterdam Baroque Orchestra, costituiti da elementi di grande esperienza come Catherine Manson (violino primo), David Rabinovich (violino secondo), Deirdre Dowling (viola), Werner Matzke (violoncello), Alberto Rasi (violone).
Pubblico numerosissimo, con una folta presenza di addetti ai lavori, fra i quali, ne siamo certi, ci sarà stato qualcuno poco propenso ad accettare il ritmo, talora più veloce del solito, imposto da Koopman, derivante dall’energico stile esecutivo che da sempre caratterizza il maestro.
D’altra parte, suonare Bach riuscendo ad accontentare tutti, risulta praticamente impossibile e, solo per fare un esempio legato al programma di questo concerto, siamo convinti che una fascia del pubblico, poco interessata alle questioni filologiche, avrebbe preferito la presenza dei pianoforti al posto dei clavicembali.
Ma questi sono dettagli, che nulla tolgono alla grandezza di una musica unica che, a distanza di tre secoli, è capace ancora di emozionare ed incantare le platee di tutto il mondo.

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