Ricordando “Napoli Capitale”

Chi conosce la storia della musica a Napoli nei secoli scorsi, si sarà certamente reso conto che l’enorme sviluppo avuto nel Settecento non fu frutto del caso, ma di una seria programmazione.
Alle spalle c’era una tradizione, nata alla fine del Cinquecento, con l’approdo nella città partenopea del franco-fiammingo Jean de Macque, e sviluppatasi progressivamente, fino a raggiungere l’apice nel XVIII secolo, durante il quale Napoli vantava quattro conservatori e diversi teatri, dove giornalmente avvenivano rappresentazioni di opere buffe e serie (non va dimenticato che l’edificazione del Teatro di San Carlo risale al 1737).
Si trattava di una vera e propria civiltà musicale che, per motivi anche politici, venne successivamente oscurata, seguendo il medesimo destino di una città in caduta libera.
Il recupero dell’enorme repertorio di quel secolo, ancora lontano dall’essere completato, si può dire sia iniziato poco meno di una trentina di anni fa e, siamo certi, continuerà a essere per decenni fonte di nuove sorprendenti scoperte.
Nel frattempo, è sempre bene mantenere desta l’attenzione nei confronti di un periodo irripetibile, come ha fatto recentemente la Nuova Orchestra Scarlatti che, nell’ambito del suo Autunno Musicale, ha proposto una serata dal titolo “Napoli capitale”, tenutasi al Museo Diocesano di Napoli.
I brani eseguiti attingevano sia dal repertorio strumentale che operistico, a sottolineare la varietà dell’offerta musicale presente nel periodo.
E, non a caso, l’apertura era rivolta alla Trio-sonata in sol maggiore per archi che, pur essendo ormai definitivamente attribuita al veneziano Domenico Gallo (1730-1768), a sua volta rappresentante di una notevole scuola, fino a pochi anni fa si riteneva fosse stata scritta addirittura da Pergolesi (convinzione accettata anche da Stravinskij quando ne utilizzò l’incipit per il suo “Pulcinella”).
E’ stata poi la volta dell’Aria di Cannetella “Comm’a ‘no cacciatore”, da Lo matrimonio annascuso di Leonardo Leo (1694-1744) e dell’Aria di Meneca “L’ommo è comm’a nu piezzo de pane”, da Li zite ‘ngalera di Leonardo Vinci (1690-1730), seguite da due brani cameristici, lo splendido Concerto in re maggiore per violoncello, archi e basso continuo del già citato Leo e il bellissimo Concerto n. 3 in fa maggiore per archi e basso continuo di Alessandro Scarlatti (1660-1725), dalla raccolta di Sei concerti in sette parti per due violini e violoncello obbligato, pubblicata a Londra nel 1740.
Ultima parte della serata dedicata a due celebri autori, Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736), con l’Aria di Cardella “Nun me vedite nèh”, da Lo frate ‘nnamorato e Domenico Cimarosa (1749-1801), con l’Aria di Chiarella “Guè guè, zizì zizì!”e l’Aria di Madama Erlecca “Lungi dal core, tiranno amore”, entrambe da Li sposi per accidenti, fra le quali trovavano posto le Sei danze antiche di Leonardo Vinci.
Per quanto riguarda gli interpreti, Minni Diodati è sicuramente una specialista del repertorio settecentesco e lo ha dimostrato ancora una volta, dando vita ad un’esibizione molto accurata sia dal punto di vista vocale che scenico.
Molto bravo anche Pierlugi Marotta, ottimo solista nel concerto di Leo e in grande forma anche tutti gli altri archi della Nuova Orchestra Scarlatti, trascinati da Luigi de Filippi in qualità di primo violino concertante, e accompagnati al cembalo da Francesco Aliberti.
In conclusione un concerto di grande livello, che ha raggiunto pienamente lo scopo prefisso, che era quello di rendere un doveroso omaggio alla civiltà musicale napoletana del Settecento.

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