L’Orchestra d’Archi Italiana, Mario Brunello e Gilles Apap protagonisti di un eccezionale concerto nell’ambito della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti

Dopo l’esordio al Teatro di San Carlo, la stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti è tornata nella sua sede abituale, l’Auditorium di Castel S. Elmo, ospitando l’Orchestra d’Archi Italiana, diretta dal violoncellista Mario Brunello, ed il violinista francese Gilles Apap.
Al centro del programma due autori ungheresi, come Béla Bartók (1881 – 1945) e Zoltán Kodály (1882 – 1967), che si sono serviti di ritmi e melodie tradizionali per sviluppare un linguaggio personale, abbinati al tedesco Johannes Brahms (1833 – 1897) ed al ceco Antonín Dvořák (1841-1904), anche loro confrontatisi con la musica popolare, in modo però più disimpegnato.
La prima parte della serata è stata interamente rivolta a Béla Bartók, sicuramente uno degli autori che ha maggiormente influenzato la musica del Novecento.
Due i brani proposti, le celeberrime Danze popolari rumene e il Divertimento per archi Sz.113 BB.118.
Le prime, formate da una suite di sette brevissimi movimenti, corrispondenti ad altrettante danze originarie della Transilvania, furono composte nel 1915 per pianoforte e, in seguito, l’autore le trascrisse per piccola orchestra (1917).
Il secondo risale invece al 1939 e fu creato in un paio di settimane a Basilea, dove Bartók era ospite del direttore d’orchestra e impresario svizzero Paul Sacher, che gli aveva commissionato il lavoro.
Il divertimento, a cui fa riferimento il titolo, indica che la fonte ispiratrice era costituita dall’omonimo genere, molto in voga ai tempi di Mozart ed Haydn, anche se la struttura utilizzata si avvicina maggiormente, per il dialogo fra solisti ed orchestra, al concerto grosso barocco, tutto visto alla luce della musicalità del Novecento.
Tale pezzo fu l’ultimo scritto da Bartók, prima di rifugiarsi negli USA (dove morì nel 1945), quando comprese che anche l’Ungheria sarebbe stata assoggettata dalla Germania nazista, e nel lacerante molto adagio del movimento centrale, vari studiosi hanno intravisto una premonizione della imminente catastrofe che stava per abbattersi sull’intera Europa.
Dopo l’intervallo è stata la volta del Duo per violino e violoncello op. 7 (1914) di Kodály, la cui fama di didatta ed etnomusicologo (fu lui ad indirizzare il connazionale Bartók, con il quale collaborò per molti anni, sulla strada della musica popolare) è di gran lunga superiore a quella di compositore, nonostante sia autore di brani di grande interesse.
In particolare il duo, abbastanza insolito nell’organico, risulta ancor più originale nella concezione, in quanto basata sull’utilizzazione di varie melodie tzigane, che rappresentano un pretesto per dare vita ad una vera e propria competizione fra i due strumenti.
L’ultima parte del concerto era invece dedicata a particolari versioni di quattro delle ventuno Danze ungheresi di Brahms, composte originariamente per pianoforte a quattro mani e completate nel 1869, e di due delle sedici Danze slave (n. 8 dall’op. 46 e n. 2 dall’op. 72), che Dvořák pubblicò nel 1878, ispirandosi all’omonima raccolta brahmsiana.
Veniamo quindi agli interpreti, partendo dall’Orchestra d’Archi Italiana (alla quale si aggiungeva il cymbalom di Ludovit Kovac), ensemble di una compattezza impressionante, abbinata ad una sonorità sensazionale e ad una versatilità incredibile, in quanto i suoi componenti sono riusciti sempre a fornire l’atmosfera giusta, sia nell’intenso e drammatico “divertimento” bartokiano, sia nelle danze di Brahms e Dvořák, che ci hanno riportato indietro nel tempo, dando l’impressione che l’Auditorium si fosse trasformato, come per incanto, in un locale austriaco o ungherese della seconda metà dell’Ottocento.
Strepitosi anche i due solisti, che già erano stati ospiti di precedenti stagioni della Associazione Scarlatti, ma non avevano mai suonato insieme.
Difficile dire quando hanno raggiunto l’apice, perché sia Mario Brunello, che conosce molto bene l’ensemble, sia Apap, arruolato come star ospite in occasione di questa tournée (chiusasi proprio a Napoli), si inserivano perfettamente nei meccanismi dell’ensemble e, nel momento in cui si sono confrontati nel duo di Kodály, hanno dato vita ad un’esecuzione che rimarrà impressa a lungo.
Segnaliamo, ancora, alcune note esplicative di Brunello, rivolte soprattutto a Bartók ed alla sua musica, che hanno preceduto l’inizio del concerto, risultando quanto mai provvidenziali per l’assestamento del pubblico in materia di cellulari e caramelle.
In chiusura, ricordiamo Stefano Nanni, autore dei formidabili arrangiamenti dei brani eseguiti dall’ensemble, e la simpatica conclusione, con gli strumentisti che abbandonavano un po’ alla volta la scena, fino a lasciare sul palcoscenico solo Brunello e Apap (un po’ come nella Sinfonia degli Addii di Haydn), degno coronamento di una serata straordinaria ed indimenticabile.

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