I “Concerti di Autunno” propongono un interessante repertorio flautistico a cavallo fra fine Ottocento e inizio Novecento

Flauto Böhm (circa 1880)

Il flauto, come lo conosciamo oggi, è frutto di numerose modifiche, apportate a cominciare dalla prima metà dell’Ottocento, soprattutto dal tedesco Theobald Böhm, che trovò nel costruttore francese Louis Lot un collaboratore preziosissimo nel produrre e diffondere gli strumenti di nuova concezione.
Senza entrare nei dettagli, le variazioni apportate coinvolgevano la meccanica del flauto, che si ripercuoteva sul tipo di suono emesso, legato anche al materiale utilizzato (con vari metalli che gradualmente sostituirono le diverse parti in legno) e una differente disposizione dei fori, con la presenza di numerose chiavi di chiusura degli stessi, il che portava all’ampliamento delle note a disposizione del solista, costringendo però il musicista a modificare radicalmente la tecnica di diteggiatura.
Quest’ultimo motivo divenne inizialmente fonte di accese polemiche fra conservatori e progressisti, ma per l’ampia gamma di soluzioni timbriche offerte, che esaltavano ulteriormente il virtuosismo solistico e rispondevano anche alle mutate esigenze orchestrali, il flauto Böhm finì per essere accettato in tempi relativamente brevi.
Alcuni esempi legati alla produzione sviluppatasi nel periodo immediatamente successivo (fra la seconda metà dell’Ottocento e gli albori del Novecento), sono stati proposti nel secondo appuntamento dei “Concerti di Autunno”, organizzati dalla Comunità Evangelica Luterana di Napoli.
Protagonisti della serata il flautista Andrea Montefoschi ed il pianista Marco Marzocchi, che hanno aperto il recital con un omaggio a Claude Debussy (1862-1918), nel 150° dalla nascita, eseguendo una particolare versione del celeberrimo Prélude à l’après-midi d’un faune (1894), capolavoro orchestrale impressionista, ispirato al poema di Stéphane Mallarmé “L’Après-midi d’un faune”.
La successiva Sinfonische Kanzone op.114 per flauto e pianoforte (1911) apparteneva al tedesco Sigfrid Karg-Elert (1877-1933), noto in particolare per la sua copiosa produzione organistica e rappresentava l’unico brano del programma concepito effettivamente per flauto ed orchestra.
Era poi la volta di una trascrizione della Fantaisie pastorale hongroise op. 26 per flauto ed orchestra (1870) del compositore e virtuoso Franz Doppler (1821-1883), nato a Leopoli e attivo prima a Budapest e poi a Vienna che, con il fratello minore Karl, diede vita ad un rinomato duo flautistico noto in tutta Europa.
Un breve intervallo ha preceduto il pezzo forte della serata, la versione per flauto e pianoforte della famosa Sonata in la maggiore di César Franck (1822-1890), pietra miliare della letteratura cameristica e fra i primi esempi di sonata ciclica.
La composizione fu scritta nel 1886 dall’autore belga, trapiantato in Francia, come regalo di nozze per l’amico violinista, nonché connazionale, Eugène Ysaÿe.
Il dedicatario la eseguì in prima assoluta al Circolo Artistico di Bruxelles nel dicembre dello stesso anno, accompagnato dalla pianista Marie-Léontine Bordes-Pène, durante un concerto-fiume, iniziato nel primo pomeriggio e conclusosi a sera inoltrata, in un luogo che, per motivi di sicurezza, era privo di luce artificiale, sicché i due suonarono il pezzo di Franck totalmente immersi nel buio.
Per quanto riguarda gli interpreti, considerando il repertorio eseguito, la parte del leone spettava ad Andrea Montefoschi, che ha ben evidenziato le atmosfere di forte suggestione del “Prélude” di Debussy, i tratti romantici dei brani di Karg-Elert e Franck, e l’elevato virtuosismo della Fantasia di Doppler.
Molto bravo anche Marco Marzocchi, che ha svolto nel migliore dei modi il ruolo di accompagnatore, mostrando un ottimo affiatamento con Montefoschi e, nella sonata di Franck, ha anche potuto fornire un saggio della sua abilità.
Pubblico numerosissimo e delicato bis conclusivo consistente in una Siciliana di Bach, che ha suggellato una splendida serata di buona musica.

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