Castelnuovo-Tedesco: Concerti per pianoforte e orchestra

Nato a Firenze nel 1895 da genitori di origini ebraiche, Mario Castelnuovo-Tedesco rappresenta una figura di primo piano del Novecento italiano.
Dotato di un grande talento, a dieci anni compose i suoi primi due brani e, nel 1914 si diplomò in pianoforte a Firenze, dove iniziò a studiare composizione con Pizzetti, per poi concludere gli studi, nel 1918, al Conservatorio di Bologna, diretto da Alfano.
La vita di Castelnuovo-Tedesco fu ricca di incontri con gente di grande levatura culturale, non solo in campo musicale, dove strinse amicizia con Toscanini, Segovia e Heifetz, ma anche in quello letterario, come testimoniato dai suoi contatti con D’Annunzio e Pirandello.
In Italia, la sua prestigiosa carriera fu interrotta dalle leggi razziali, emanate dal regime fascista alla fine del 1938, che lo costrinsero a lasciare il paese, insieme alla famiglia, alla volta di New York.
Dopo un primo impatto abbastanza difficile con la nuova realtà, Castelnuovo-Tedesco, grazie all’appoggio fornitogli da Toscanini e Heifetz (quest’ultimo lo indirizzò verso la Metro Goldwin Mayer, che stipulò un contratto triennale con il musicista), iniziò una carriera di successo anche negli USA.
Scaduto l’impegno con la MGM, proseguì l’attività di compositore di musiche da film per conto di altre case cinematografiche, insegnando contemporaneamente al conservatorio di Los Angeles, dove ebbe allievi del calibro di Henry Mancini, André Previn, Jerry Goldsmith e John Williams.
Morì a Beverly Hills nel 1968, lasciando una copiosa produzione che supera i quattrocento brani, comprensiva di circa duecento colonne sonore.
Nonostante questo, Castelnuovo-Tedesco è ancora oggi un autore poco conosciuto, e la sua marginale notorietà si limita ad alcuni pezzi per chitarra.
Un motivo in più per salutare con grande entusiasmo il recente cd della Naxos (distribuita in Italia da Ducale Music), che ha tratto dal suo repertorio i Concerti per pianoforte ed orchestra, n. 1 in sol minore, op. 46 e n. 2 in fa maggiore, op. 96, e le Quattro danze da “Pene d’amor perdute”, op. 167.
Per quanto riguarda i due concerti, essi risalgono rispettivamente al 1927 e al 1936-37 e, pur se abbastanza simili fra loro nella struttura, sono caratterizzati da un’atmosfera decisamente diversa, in quanto sul secondo grava l’influenza degli eventi politici, che di lì a poco avrebbero costretto il musicista a fuggire dall’Italia.
Nelle Quattro danze da “Pene d’amor perdute” (1953), che ritraggono alcuni dei personaggi principali del lavoro scespiriano, emerge invece il Castelnuovo-Tedesco autore di colonne sonore.
In tutti i lavori viene evidenziato un netto rifiuto del dodecafonismo, a favore di ampie linee melodiche, costante che caratterizzò l’intera opera di Castelnuovo-Tedesco, in buona parte frutto degli insegnamenti ricevuti da Pizzetti.
Ma, oltre al valore intrinseco dei brani proposti, va ricordato che siamo di fronte, sia per il Concerto n. 2, sia nel caso delle “Quattro danze”, ad una prima registrazione mondiale, coincidente con una prima esecuzione assoluta.
Il merito di tutto ciò va ascritto al pianista Alessandro Marangoni, ottimo solista dei due concerti, che ha giocato un ruolo determinante nel concepire il programma del disco, originato da un incontro avuto a New York con Lisbeth Castelnuovo-Tedesco, nipote del compositore.
Grazie alla sua collaborazione, Marangoni è riuscito a consultare il manoscritto della partitura pianistica del concerto, conservato nella Library of Congress di Washington e introvabile in Italia, in quanto, stampato da una casa editrice fiorentina, è andato probabilmente perduto durante la catastrofica alluvione del 1966 (mentre lo spartito relativo alle parti orchestrali proviene dalla Fleisher Collection of Orchestral Music di Filadelfia).
Dal canto loro, le “Quattro danze”, per una serie di vicissitudini, non vennero mai pubblicate, ed erano in possesso di Lisbeth Castelnuovo-Tedesco che, convinta della bontà dell’operato di Marangoni, ha permesso al pianista di prendere visione dell’originale e poter così dare vita ad una “prima” storica, affidata all’Orchestra Sinfonica di Malmö, diretta da Andrew Mogrelia.
Quest’ultima si conferma compagine di elevato livello e fornisce una prova complessiva di grande spessore, oltre a evidenziare un perfetto affiatamento con il solista.
In conclusione un cd che rende giustizia ad uno dei massimi musicisti italiani del Novecento, vergognosamente ignorato da una critica che, a partire dal dopoguerra, ha messo sullo stesso piano gli autori conniventi con il regime fascista (o presunti tali) e quelli che non avevano aderito alle istanze moderne, condannando entrambi ad un immeritato oblio.

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