Giovanni Francesco Giuliani: Sonate per arpa

Nella seconda metà del Settecento, per merito del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena, le attività musicali fiorentine conobbero un nuovo impulso.
Si tratta di un capitolo poco noto e ancor meno approfondito, che vide nella città toscana l’allestimento di “prime” assolute, scritte in onore del nobile di origini austriache, e l’esordio italiano di opere composte da autori prestigiosi come Haendel.
Anche il livello qualitativo dei musicisti era molto elevato, tanto da attirare l’attenzione dello stesso Mozart, ospitato nel 1770 con il padre Leopold, e risale a questo periodo la formazione del Quartetto Toscano, primo ensemble professionistico del genere, costituito dai violinisti Pietro Nardini e Filippo Manfredi, dal violista Giuseppe Cambini e da Luigi Cherubini al violoncello.
In tale ambito si mosse un allievo di Nardini, il livornese Giovanni Francesco Giuliani (c. 1760-1818), la cui carriera di violinista, arpista, direttore d’orchestra e apprezzato docente si svolse interamente a Firenze.
Nonostante questo, ebbe una discreta notorietà in tutta Europa, grazie al fatto che le principali case editrici di Londra, Parigi ed Amsterdam pubblicarono molte sue composizioni.
Un recente cd della Brilliant Classics (etichetta distribuita in Italia da Ducale Music), che rientra nell’ambito di un progetto dedicato ai Tesori Musicali Toscani, propone Dodici sonate per arpa di Giuliani, tratte da una raccolta manoscritta, contenente numerosi brani per tale strumento, custodita nella biblioteca del Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze.
Il documento è molto significativo, in quanto rappresenta una delle rare testimonianze della produzione arpistica italiana dell’epoca, proponendo un tipo di musica che può essere considerata di transizione fra lo stile galante ed il classicismo.
Il tutto si concretizza con una serie di pezzi piacevoli e di facile ascolto, molto ben eseguiti dalla nota arpista Lisetta Rossi, che si avvale di uno strumento del 1818, dal suono morbido e corposo (che campeggia sulla copertina del disco e che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dal vivo lo scorso anno al Festival Paganiniano di Carro), proveniente dalla prestigiosa bottega parigina di Sébastien Érard, riportato al suo antico splendore nel 2009, grazie al restauro curato dalla “Liuteria Artigiana” di Lucia Bellani.
L’arpa, innovativa per l’epoca, era munita di un meccanismo, detto “a forchetta a movimento semplice”, brevettato dal costruttore francese nel 1794 a Londra (dove si era recato per sfuggire ai moti rivoluzionari).
Azionato da un pedale, la sua funzione era di alterare la lunghezza delle corde, in modo da superare le precedenti limitazioni dovute all’univocità fra corda e singola nota, permettendo così all’interprete di disporre, a parità di dimensioni, di una maggiore gamma sonora.
Un breve approfondimento merita anche la storia dello strumento, il cui primo acquirente fu l’Abbé Moussac di Poitiers, che la Rossi ha comprato a Brimsfield (Pennsylvania) nel 1993.
La presenza di resti di una cinghia, aggiunta alla base tramite una vite, insieme ai segni simmetrici di abrasione presenti lungo i fianchi della cassa armonica, indicano che l’arpa fu sicuramente trasportata a spalla da qualcuno dei suoi successivi proprietari.
Ciò dà adito ad un’ipotesi, abbastanza realistica, che riporta alle tradizioni ottocentesche, legate all’emigrazione di gruppi di musicisti ambulanti, originari di Viggiano (Pz) che, da Napoli, si imbarcavano per andare a cercare fortuna negli USA.
Tutto quanto finora esposto concorre a rendere il disco di estremo interesse, sia storico che musicale, per cui consigliamo vivamente questa splendida registrazione della Brilliant Classics.

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