Un duo molto affiatato e versatile ai “Concerti Key Largo”

La Sala Chopin, situata a Napoli presso i locali della ditta Alberto Napolitano, ha recentemente ospitato, nell’ambito dei “Concerti Key Largo”, un recital del duo costituito dai pianisti Aldo de Vero e Giuseppe Campisi.
I due musicisti si sono confrontati con pezzi concepiti per pianoforte a quattro mani, partendo dalla briosa Sonata in re maggiore K. 381 di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), risalente al 1772, anno che segna il ritorno del genio salisburghese in terra italiana per dirigere la “prima” di Lucio Silla.
E una certa aria legata all’opera ed ai ritmi tradizionali italiani emerge sicuramente da questo brano, che Mozart eseguì con la sorella Nannerl in più di un’occasione ufficiale.
A seguire abbiamo ascoltato Ma mère l’oye, suite divisa in cinque movimenti, ognuno dei quali si riferiva ad una favola di Perrault, scritto in origine per pianoforte a quattro mani e dedicato ai fratellini Mimi e Jean Godebski, che ebbe la prima nel 1910, eseguito da Jeanne Leleu and Geneviève Durony.
Nel 1911 Ravel diede vita alla più nota versione orchestrale e l’anno seguente la ampliò, ponendo le basi per l’omonimo balletto.
E’ stata poi la volta della complessa Fantasia in fa minore Op. 103 (D 940) di Franz Schubert (1797-1828), datata 1828 e quindi appartenente alla produzione conclusiva del compositore austriaco.
Siamo davanti ad uno dei capisaldi della letteratura romantica, scaturito dall’amore non corrisposto nei confronti dell’allieva Karoline Esterházy, dedicataria del brano, che conobbe il suo esordio interpretato da Schubert, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, insieme all’amico musicista e direttore d’orchestra Franz Lachner.
La chiusura è stata rivolta alla musica contemporanea, con The Colours (2010) del compositore, sassofonista e clarinettista Gianfranco Gioia, nato a Palermo nel 1971.
Creato appositamente per il duo de Vero-Campisi, si tratta di un pezzo molto piacevole, dove si incontrano ritmi moderni ma moderati, che comprendono anche spunti minimalistici e atmosfere jazz.
Uno sguardo ora sugli interpreti, già da noi apprezzati in precedenti occasioni, che hanno confermato la loro notevole bravura, caratterizzata da una grande sensibilità esecutiva e dall’ottimo affiatamento raggiunto, frutto di una lunga e proficua frequentazione.
Spettatori pochi e abbastanza buoni, forse non il massimo per chi suona (considerando che il duo era reduce da un affollatissimo concerto, tenuto nella chiesa londinese di St. Martin-in-the Fields), ma molto rilassante per chi ascolta, se si pensa che, mai come in questi ultimi tempi, la tranquillità risulta inversamente proporzionale alla numerosità del pubblico.
Successo comunque caloroso e bis consistente nel movimento finale della Sonata per pianoforte a quattro mani del francese Francis Poulenc, che ha chiuso la serata in modo scoppiettante.

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