Con il prestigioso Duo Bechstein alla scoperta del repertorio per pianoforte a quattro mani

La rassegna “Concerti in Villa Floridiana”, organizzata dall’Associazione Musicale Golfo Mistico in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il P. S. A. E. e per il Polo Museale della città di Napoli, nell’ambito della mostra “Un Museo …tutto da bere”, ha rivolto la sua attenzione al repertorio per pianoforte a quattro mani.
Protagonista del concerto, tenutosi nel Vestibolo del Museo Duca di Martina, il duo Bechstein, formato da Laura Beltrametti ed Ennio Poggi, che ha proposto alcuni brani di raro ascolto, nell’ambito di un genere cameristico molto più ampio di quanto ci si possa immaginare, al quale hanno fornito il loro apporto diversi grandi compositori.
Non a caso l’apertura era rivolta alla Sonata in re maggiore K. 381 di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), risalente al 1772, anno che segna il ritorno del genio salisburghese in terra italiana, dove diresse la “prima” di Lucio Silla.
E una certa aria operistica emerge anche da questo pezzo, scritto per essere eseguito in coppia con la sorella Nannerl, cosa che accadde in più di un’occasione ufficiale.
Anche Fryderyk Chopin (1810-1849) diede il suo contributo con due brani, riportati alla luce soltanto alla fine degli anni ’50 del Novecento.
Uno dei due è intitolato Variazioni su un’aria nazionale di Moore (1826) poiché l’autore polacco trovò il motivo in una raccolta di “Arie e Canti” del poeta irlandese Thomas Moore, per cui lo collocò in quell’area geografica.
In realtà si trattava di una contraddanza in 6/8, composta e pubblicata in Italia nel 1745 da un certo Giovanni Cifolelli, ripresa poi anche da Paganini nel 1829, che la ribattezzò “Il Carnevale di Venezia”.
Parlando di compositori attivi fin dalla tenera età, non si può dimenticare Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847), che visse appena tre anni più di Mozart.
Nel 1829, per festeggiare i suoi vent’anni, intraprese un viaggio nei paesi britannici su invito dell’amico Karl Klingemann, diplomatico tedesco a Londra.
In particolare venne colpito dall’affascinante natura scozzese, che gli ispirò una sinfonia e un’ouverture orchestrale, “Le Ebridi”, op. 26, più nota come “La grotta di Fingal”, cavità naturale dedicata all’eroe dei Canti di Ossian, poema preromantico di James Macpherson.
L’ouverture esordì con successo a Londra nel 1832 e Mendelssohn, due anni dopo, diede alle stampe anche una versione per pianoforte a quattro mani, concepita appositamente per il piacere di suonare con la sorella Fanny, compositrice e interprete di grande valore.
La prima parte della mattinata si è chiusa con un arrangiamento, curato dal maestro Poggi, del Valzer dal Faust di Charles Gounod (1818-1893), posto alla fine del secondo atto dell’opera, quando il protagonista tenta invano di approcciare Margherita durante una festa da ballo.
Dopo un breve intervallo, secondo tempo interamente rivolto a Franz Liszt (1811-1886), con due brani molto conosciuti dal grande pubblico, “Les Préludes” e la Rapsodia ungherese n. 2 in do diesis minore.
Il primo si riferiva alla trascrizione per pianoforte a quattro mani del più noto dei tredici poemi sinfonici lisztiani, che ebbe una genesi molto lunga.
Infatti, nel 1844 Liszt, in Francia per una tournée, aveva soddisfatto la richiesta di una compagine tedesca, componendo un brano per coro e due pianoforti, intitolato “Gli aquiloni”, su testo del poeta transalpino Joseph Autran.
Il medesimo letterato gli sottopose altre tre liriche che, aggiunte alla precedente, furono adoperate per un lavoro intitolato “I Quattro elementi”.
Dall’orchestrazione di questo materiale Liszt ricavò un brano che, per poter essere definito poema sinfonico, doveva riferirsi a qualcosa di specifico.
Così, leggendo l’ode di Alphonse de Lamartine “Les Préludes”, appartenente alla raccolta Nouvelles méditations poétiques (1823), l’autore ungherese si accorse che calzava a pennello con il contenuto del suo lavoro e diede tale nome alla sua composizione.
Il pezzo guadagnò, a partire dalla “prima” del 1854, diretta da Liszt, una enorme popolarità, e il solenne finale venne utilizzato come sigla dei radio e cinegiornali tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
Dal canto suo non è da meno, come notorietà, la Rapsodia ungherese n. 2 in do diesis minore, sfruttata costantemente anche nell’ambito dei cartoni animati.
Pubblicata nel 1851 come brano per pianoforte solo, conobbe poi una versione orchestrale dell’austriaco Doppler, approvata da Liszt, mentre la trascrizione per pianoforte a quattro mani risale al 1874.
Questo lungo preambolo era necessario per far comprendere la corposità del programma e la complessità dei pezzi proposti, che il Duo Bechstein ha interpretato con assoluto valore, denotando un affiatamento perfetto, un suono nitido, anche nei passaggi che abbondavano di note, ed un tocco di grande raffinatezza.
Difficile indicare i momenti più significativi di un recital di altissimo livello ma, a nostro avviso, l’apice è stato raggiunto nei due brani scritti originariamente per orchestra, Le Ebridi e Les Préludes che, complice l’abilità dei rispettivi autori, rimangono maggiormente impressi anche tra chi non conosce la versione di partenza.
Pubblico entusiasta e numeroso, nonostante la concomitanza con un importante evento sportivo, e bis consistente nella proposizione del piacevole Teorema, pezzo creato dal maestro Poggi, che ha chiuso in grande stile il concerto.

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