Un concerto dai due volti all’Auditorium di Castel S. Elmo

La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha ospitato recentemente il Quartetto Emerson, prestigioso ensemble statunitense formato da Eugene Drucker e Philip Setzer (violini), Lawrence Dutton (viola) e David Finckel (violoncello), che si è confrontato con brani relativi alla produzione conclusiva di Mozart e Beethoven.
Il concerto ha avuto inizio con l’Adagio e Fuga in do minore K. 546, proposto da Mozart all’editore Hoffmeister nel 1788, presumibilmente per sopperire ai problemi di natura economica che attanagliavano costantemente il grande autore salisburghese.
In effetti si trattava della trascrizione per quartetto d’archi della Fuga in do minore per due pianoforti K. 426, scritta nel 1783, alla quale era stata fatta precedere un Adagio composto per l’occasione.
Il successivo Quartetto in re maggiore K. 575 apparteneva ai cosiddetti “Quartetti Prussiani”, risalenti al periodo 1789-1790 e pubblicati dalla casa editrice Artaria (che li aveva comprati da Mozart per una cifra irrisoria), pochi giorni dopo la morte del compositore.
Il loro appellativo deriva dal fatto che furono creati su commissione del re di Prussia Federico Guglielmo II, discreto violoncellista dilettante, il che spiega una certa preponderanza dello strumento nella partitura.
La seconda parte del concerto è stata interamente dedicata al Quartetto in si bemolle maggiore, op. 130 di Beethoven, completato nel 1825 e affidato per il suo esordio, avvenuto l’anno seguente, alla compagine di Ignaz Schuppanzigh.
Esso rientra nell’ambito dei quartetti scritti su commissione del principe russo Nikolay Borisovich Galitzin, e la sua divisione in sei movimenti, così come la sua complessità, sono ancora oggi argomento di accese dispute fra i musicologi.
Inizialmente il finale dell’op. 130 consisteva in una Grande Fuga, dalle dimensioni monumentali, sostituita, in una successiva pubblicazione del lavoro, con un più breve Allegro in stile ungherese, che forniva un maggiore equilibrio all’economia del brano.
Dal canto suo la Fuga non fu accantonata, ma divenne un pezzo a sé stante, pubblicato nel 1827 come op. 133.
L’ensemble statunitense ha voluto eseguire l’op. 130 nella sua veste originaria, il che non è privo di suggestione, in quanto può fornire una discreta idea del percorso musicale (mancante di senso logico, secondo alcuni, in forte anticipo sui tempi, secondo altri), intrapreso da Beethoven negli ultimi anni di vita.
Uno sguardo ora sull’interpretazione, per sottolineare come il Quartetto Emerson abbia dato vita ad un concerto caratterizzato da due volti completamente diversi.
Così, nella parte mozartiana l’ensemble è apparso piuttosto svogliato e poco coinvolgente, mentre nell’esecuzione dell’op. 130 di Beethoven, comprensiva della astrusa ed inafferrabile Fuga, ha toccato livelli stratosferici, propri di una compagine che da sempre si distingue per il valore dei suoi componenti.
Sala gremita e richiesta di bis, alla quale il Quartetto Emerson ha risposto con una raffinata trascrizione mozartiana di una Fuga in mi maggiore di Bach, degna chiusura di un’ottima seconda parte.

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