Un raro ed intenso Weill proposto ad una platea dimezzata

Collegium Vocale Gent

La produzione del compositore tedesco Kurt Weill, nato a Dessau nel 1900 da una famiglia di origine ebraica ed allievo di Humperdinck e Busoni, si può dividere in due periodi nettamente distinti.
Il primo, che si chiuse con la fuga negli USA per sfuggire alle persecuzioni del regime nazista, fu caratterizzato da un modo di comporre inconfondibile, secco ed essenziale, che faceva ampio uso dei fiati e attingeva spesso al jazz.
Al secondo appartiene, invece, l’attività portata avanti in terra americana, scrivendo apprezzate commedie musicali e numerose colonne sonore, interrotta a causa della morte prematura, avvenuta a seguito di un infarto a New York nel 1950.
Indubbiamente gli anni giovanili hanno lasciato in Europa un segno maggiore, anche perché contrassegnati dal breve, ma intenso connubio, fra Weill ed il commediografo e poeta Bertolt Brecht, che fra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, sfociò in lavori di intensa valenza politica e satirica, quali “L’opera da tre soldi”.
Proprio questa parte iniziale della carriera di Weill è stata al centro del recente appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, tenutosi nell’Auditorium di Castel S. Elmo.
Dedicata al binomio Brecht-Weill l’apertura e la chiusura del concerto, con Vom Tod in Wald (Morte nella foresta), op. 23 per basso e strumenti a fiato (1927) e Das Berliner Requiem per tenore, baritono, coro maschile e orchestra (1929), basati su testi che oscillano fra il cupo ed il corrosivo.
Nel Requiem, in particolare, vi è una satira tagliente contro la guerra e la violenza in generale, con un omaggio a Rosa Luxemburg, attivista della lega spartachista, movimento della sinistra tedesca, rapita ed assassinata nel 1919 da militanti di destra vicini al governo, il cui corpo venne ritrovato in un canale.
Il repertorio strumentale era invece rappresentato dal Concerto per violino, percussioni e orchestra di fiati, op. 12, che conobbe il suo esordio nel 1925, ricco di rimandi alla musica atonale, con reminiscenze legate ad Hindemith e Busoni.
Il programma si completava con i brani di Hanns Eisler (1898-1962) e Hugo Distler (1908-1942), altri due autori tedeschi, dal destino molto differente.
Eisler, di fede comunista, fu costretto a fuggire dalla Germania e, dopo varie peripezie, che lo portarono anche negli USA, dopo il 1948 riparò nella Germania Est, musicando anche l’inno nazionale.
Alla sua collaborazione con Brecht si riferivano sia Litanie von Hauch (Litania del destino), op. 21/1 per coro misto a cappella, sia il tristemente profetico Gergen den Krieg (Contro la guerra) per coro misto a cappella, risalente al 1936.
Distler, invece, perennemente combattuto fra una forzata adesione al regime e la sua intensa fede luterana, finì per non sopportare questa situazione, ponendo volontariamente fine ai suoi giorni all’apice della carriera musicale, quando ricopriva il ruolo di direttore del coro della cattedrale di Berlino.
Lo struggente Die Sonne sinkt von hinnen (Il sole va calando) per coro misto a cappella, su testo di Hermann Claudius, dava sicuramente un’idea dello stile utilizzato dall’autore tedesco, definito “neobarocco”.

Philippe Herreweghe

Un repertorio abbastanza inusuale come questo necessita di esecutori dalle attitudini particolari e possiamo tranquillamente affermare che, nel complesso, il livello interpretativo è stato elevatissimo, a cominciare dal Collegium Vocale Gent, compagine caratterizzata da una compattezza granitica e da una versatilità senza pari, che lo scorso anno, sul medesimo palcoscenico, aveva fornito un saggio della sua bravura confrontandosi con il requiem mozartiano.
Ottima è risultata anche la prova de I Solisti del Vento, ensemble di fiati costituito da strumentisti eccezionali, che ha fornito il giusto tono ai brani di Weill, così come i due cantanti, il tenore Maximilian Schmitt e il basso Florian Boesch, si sono calati completamente in una musica particolarmente evocativa.
Semplicemente strepitosa, infine, la violinista moldava Patricia Kopatchinskaja, per molti di noi la sorpresa maggiore della serata, che nel concerto di Weill ha mostrato un’energia straordinaria, trascinando gli altri musicisti ed il pubblico in un vortice di suoni e colori.
Il tutto avveniva sotto l’attenta direzione di Philippe Herreweghe, al quale va il nostro plauso conclusivo, in quanto anch’egli fra gli artefici di un concerto indimenticabile, il cui unico neo si deve alla presenza di un pubblico numericamente inferiore al solito.
Certo, la concomitanza con un importante incontro di calcio ha sicuramente giocato a sfavore ma, se si eccettua forse qualche nostalgico brechtiano, mancato all’appello per motivi di natura sportiva, dubitiamo seriamente che la sala si sarebbe comunque riempita, considerando gli autori proposti, oggi (e chissà per quanti decenni ancora) scarsamente graditi all’ascoltatore medio.

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