L’eccezionale “Artemis” propone alcuni momenti significativi della storia del quartetto d’archi

La stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti prosegue nel mettere in evidenza il meglio della cameristica mondiale.
Questa volta a salire sul palcoscenico dell’Auditorium di Castel S. Elmo è toccato al quartetto tedesco Artemis, costituito da Natalia Prishepenko e Gregor Sigl (violini), Friedemann Weigle (viola) e Eckart Runge (violoncello).
L’ensemble ha aperto la serata con il Quartetto in re maggiore, op. 76 n. 5 di Franz Joseph Haydn (1732-1809), appartenente all’ultima raccolta completa di quartetti dell’autore austriaco, che corrisponde all’apice assoluto nell’ambito della produzione rivolta a tale genere cameristico.
Pubblicata nel 1799, quando Haydn era al servizio del principe Esterházy, venne dedicata al conte ungherese Josef Erdődy.
Secondo brano in programma, il Quartetto n. 1, op. 7 di Béla Bartók (1881-1945), completato nel 1909, primo dei sei complessivi che il musicista diede alla luce in circa 30 anni.
L’origine si fa risalire ad una delusione amorosa di alcuni anni prima ma, a prescindere dalle vicissitudini personali del compositore, questo quartetto, che ebbe la “prima” nel 1910, evidenzia tutte le peculiarità del futuro stile di Bartók, che guarda alla tradizione del passato, senza trascurare le nuove istanze, immettendo anche elementi folcloristici facilmente riconoscibili.
Dopo l’intervallo, la seconda parte è stata interamente rivolta al Quartetto in la minore/maggiore op. 29 n. 1 D. 804 di Franz Schubert (1797-1828), noto anche con l’appellativo di “Rosamunde”, in quanto l’andante si basa sulle variazioni tratte dall’Intermezzo per le musiche di scena del dramma “Rosamunda, principessa di Cipro” (1824).
Contemporaneo al Quartetto in re minore D 810, meglio noto come “La Morte e la Fanciulla”, ne rappresenta quasi il complemento, e in entrambi vi è una discreta dose di malinconia, coincidente con l’aggravarsi delle condizioni di salute di Schubert.
Riguardo agli interpreti, il Quartetto Artemis ha evidenziato un livello elevatissimo dei suoi componenti, tutti dotati di una tecnica straordinaria e perfettamente affiatati fra loro.
A ciò va aggiunta una versatilità eccezionale, che permette all’ensemble di eseguire, con uguale maestria, brani che vanno dal Settecento ai giorni nostri, raggiungendo vette altissime, come nel caso di pezzi di grande complessità quali il Quartetto di Bartók.
Pubblico entusiasta, anche se, in alcune occasioni, un po’ troppo irrequieto, e chiusura in grande stile con un bis rivolto alla produzione di Debussy.

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