Matteo Fossi ed un Quartetto Savinio in formazione inedita si confrontano con Dvořák e Shostakovich

Forse non tutti sanno che, dal 1° gennaio 2012, è entrata in vigore una normativa, a firma di Salvatore Nastasi, Direttore Generale per lo Spettacolo dal Vivo del Ministero dei Beni Culturali, che vieta agli artisti dipendenti dagli enti lirici di esibirsi al di fuori della istituzione di appartenenza.
Non entriamo nel merito di una questione, che appare legata soprattutto al mancato rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei già citati enti lirici, ma la situazione sta creando un discreto disagio in tutta Italia, sia fra i musicisti che ricadono in questo particolare ambito, sia fra chi organizza rassegne al di fuori di tale contesto.
Un esempio concreto lo abbiamo avuto proprio con il recente appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti, che ha visto salire sul palcoscenico dell’Auditorium di Castel S. Elmo il pianista Matteo Fossi ed il Quartetto Savinio, formato da Alberto Maria Ruta e Rossella Bertucci (violini), Francesco Solombrino (viola) e Vittorio Ceccanti al violoncello, in sostituzione di Lorenzo Ceriani, in forza all’Orchestra del Teatro di San Carlo (che prima del concerto ha esposto il punto di vista suo e dei suoi colleghi in merito alla complessa vicenda).
Il programma della serata verteva sulle due composizioni da poco incise dall’ensemble con la Decca, il Quintetto per pianoforte e archi in la maggiore, op. 81 di Antonín Dvořák (1841-1904) e il Quintetto per pianoforte e archi in sol maggiore, op. 57 di Dmitri Shostakovich (1906-1975).
Il brano di Dvořák presenta una storia piuttosto curiosa, in quanto l’autore ceco aveva scritto, nel 1872, una composizione caratterizzata dallo stesso organico e dalla medesima tonalità, distruggendo il manoscritto originale alle soglie del suo esordio.
Quindici anni dopo gli venne in mente di recuperarla, chiedendo una copia della partitura originale ad un suo amico che la custodiva, ma dopo averla visionata, si rese conto che era meglio comporre un quintetto ex-novo.
Nacque così un capolavoro cameristico, dove la ormai raggiunta maturità compositiva di Dvořák si avvale di melodie originali, che traggono spunto da numerosi elementi folclorici come la Dumka del secondo movimento e il Furiant del terzo, che si riferiscono rispettivamente ad un canto e a una danza ceche.
Riguardo al Quintetto di Shostakovich, risalente al 1940, venne concepito su richiesta del Quartetto Beethoven, ensemble russi di respiro internazionale, che aveva già eseguito diversi altri lavori del compositore.
La “prima” fu tenuta al Conservatorio di Mosca, con lo stesso Shostakovich al pianoforte, ed il quintetto riscosse subito un clamoroso successo, al punto da aggiudicarsi nel 1941 anche il Premio Stalin, accompagnato da un premio di 100.000 rubli (che l’autore distribuì ai moscoviti bisognosi).
E’ curioso osservare come, all’epoca, la prestigiosa Literaturnaya Gazeta definì un brano molto complesso e di difficile ascolto, “ritratto della sua epoca” e “voce perfetta del presente”, mentre appena qualche anno dopo, Shostakovich sarebbe incorso per la seconda volta nelle ire del regime sovietico, a causa di pezzi molto simili, considerati “perversi, formalistici e anti-popolari”.
E veniamo agli interpreti, con il pianista Matteo Fossi che ha evidenziato un tocco elegante, grande intensità esecutiva ed un ottimo affiatamento con il Quartetto Savinio.
Quest’ultimo, in formazione inedita, dovendo fare a meno di Lorenzo Ceriani, ha comunque trovato in Vittorio Ceccanti un degno sostituto, progressivamente inseritosi in un organico che suona insieme da più di dieci anni.
Non è un caso che l’esecuzione del quintetto di Shostakovich sia apparsa maggiormente fluida rispetto a quella del brano di Dvořák, così come molto convincente è stato anche lo Scherzo dal Quintetto per pianoforte e archi in fa minore op. 34 di Brahms, che ha chiuso un concerto comunque di elevato livello, davanti ad un pubblico meno numeroso del solito a causa del freddo (e probabilmente anche della contemporaneità con la partita del Napoli).
Prossimo appuntamento, giovedì 12 febbraio, con il Quartetto Artemis, altro ensemble di grande prestigio, che proporrà composizioni tratte dal repertorio di Haydn, Bartók e Schubert.

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