Lo strepitoso Quartetto Belcea regala grandi emozioni all’Auditorium di Castel S. Elmo

Per una serie di circostanze, anche fortuite, quali il recupero di un concerto che si doveva tenere a dicembre, il cartellone dell’Associazione Alessandro Scarlatti, in poco più di un mese, ospiterà complessivamente ben cinque quartetti.
Una vera e propria rassegna nella rassegna, inaugurata mercoledì scorso con la presenza del prestigiosissimo Quartetto Belcea, fondato al Royal College of Music di Londra nel 1994 dalla violinista Corina Belcea, ancora oggi leader dell’ensemble.
Interamente beethoveniano il programma della serata, iniziato con il Quartetto in sol maggiore n. 2, tratto dai Sei quartetti, op. 18, raccolta pubblicata nel 1801 con dedica al principe Lobkowitz.
Si tratta dell’esordio di Beethoven in questo ambito, per cui i punti di riferimento risultavano Haydn e Mozart, che avevano fornito un decisivo apporto alla diffusione del genere.
Con il successivo Quartetto in mi minore op. 59, n. 2 (1808), siamo passati ad uno dei tre “Quartetti Razumovsky”, così definiti dal nome del conte, amico e mecenate di Beethoven, che li aveva commissionati.
Il nobile, ambasciatore russo a Vienna, era anche un discreto violinista e supportò anche il quartetto Schuppanzigh (fondato da Ignaz Schuppanzig, altro amico di Beethoven), ensemble che eseguì spesso le “prime” dei brani del genio di Bonn.
Un breve intervallo ha preceduto la seconda parte, rivolta al Quartetto in do diesis minore, op. 131, che appartiene alla produzione relativa agli anni 1822-1826.
Siamo nel pieno del cosiddetto terzo ed ultimo, fra i periodi nei quali si suole dividere per comodità la produzione beethoveniana, durante il quale l’autore abbandonò la struttura classica per dare vita a lavori dalla concezione piuttosto particolare, creando quello che per molti musicologi rappresenta un ponte lanciato verso un futuro remoto.
Veniamo ora agli straordinari interpreti, per osservare, innanzitutto, come la Belcea si sia circondata di musicisti molto giovani e valentissimi, che rispondono ai nomi di Axel Schacher (violino), Krzysztof Chorzelski (viola) e Antoine Lederlin (violoncello).
Che la violinista sia la leader assoluta, lo si è potuto apprezzare soprattutto nella prima parte, dove ha fornito una prova solistica magistrale, approfittando della struttura dei quartetti proposti, senza naturalmente togliere niente ai comprimari, che nei passaggi in cui erano impegnati evidenziavano una estrema bravura.
Ma la grande forza d’insieme del quartetto è uscita prepotentemente fuori nel Quartetto, op. 131, eseguito in modo assolutamente eccezionale, con uno straordinario equilibrio fra le parti ed una tensione mantenuta alta lungo l’intera esecuzione di un brano caratterizzato da una grande complessità.
Pubblico inferiore al solito, falcidiato da freddo e influenza, con i presenti che hanno tributato una vera e propria ovazione, meritatissima, nei confronti del quartetto, sperando anche in un possibile bis.
Non sono stati accontentati e, a nostro avviso, è andata meglio così, perché qualsiasi bis avrebbe rotto quella sorta di incantesimo, completatosi nel momento in cui l’ultima nota dell’op. 131 si è dispersa nell’auditorium.
Prossimo appuntamento con il Quartetto Savinio ed il pianista Matteo Fossi, che si confronteranno con la musiche di Dvořák e Shostakovich.

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