Entusiasmante concerto della giovanissima pianista Khatia Buniatishvili all’Auditorium di Castel S. Elmo

Il recente appuntamento della stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti ha avuto come protagonista Khatia Buniatishvili, giovanissima pianista georgiana.
La musicista ha iniziato il suo recital con la Sonata in do minore, op. 30 n. 6 Hob. XVI:20 di Haydn, composta nel 1771, ma poi riveduta nel momento di darla alle stampe nel 1780, ultimo brano di una raccolta di sei, dedicata a Franziska e Marianne, figlie del noto medico viennese von Auenbruggen e pianiste di buon livello.
Forse proprio il loro spessore artistico fu tra i motivi principali della creazione di un pezzo, che si distaccava dallo stile dell’epoca, che vedeva nei salotti i principali destinatari della produzione concepita per gli strumenti a tastiera.
La successiva Sonata in si minore ci portava nell’universo lisztiano, attraverso l’unico esempio lasciatoci dal compositore ungherese in tale ambito.
Un brano complesso, a tratti monumentale, scritto fra il 1852 ed il 1853 e pubblicato l’anno dopo, con una dedica a Schumann, da lui molto stimato (che a sua volta gli aveva dedicato la Fantasia, op. 17).
L’autore tedesco era già rinchiuso nella clinica psichiatrica di Endenich, per cui non ebbe la possibilità di visionare lo spartito, che invece giunse fra le mani di Brahms, ormai in pianta stabile a casa Schumann, che definì l’opera “spaventevole”.
Piacque, invece, a Wagner, ma non al pubblico, e tanto meno ai critici di Berlino, che nel 1857 accolsero in modo estremamente negativo la “prima”, interpretata da Hans von Bülow, iniziando un’ostilità proseguita nel tempo, se si pensa alla stroncatura operata dal celebre critico Eduard Hanslick, quando ascoltò la sonata nel 1881.
In effetti sono reazioni piuttosto comprensibili, in quanto il lungo pezzo lisztiano usciva sicuramente dai canoni tradizionali, e per tale ragione risulta oggi molto più accettabile di quanto potesse esserlo a metà Ottocento.
Dopo l’intervallo è stata la volta della Sonata n. 7 in si bemolle maggiore, op. 83 di Sergej Prokofiev, appartenente, con la n. 6 e la n. 8, alle cosiddette “Sonate di Guerra” in quanto scritte fra il 1939 ed il 1942.
Un periodo difficilissimo, non solo per gli eventi bellici, ma anche per problemi di natura interna, con i quali doveva fare i conti un autore dallo stile moderno, per non incorrere nelle ire del regime.
Prokofiev era quindi costretto a barcamenarsi fra composizioni inneggianti al potere, grazie alle quali si salvò dalla repressione del 1948 (pur costretto ad una inevitabile “autocritica”) e pezzi come questa sonata, che esordì a Mosca nel 1943, eseguita da Sviatoslav Richter, vincendo anche un Premio Stalin, nonostante le dissonanze ed i ritmi mutuati dal jazz.
Chiusura rivolta ai Tre movimenti da “Petruška”, che Stravinskij scrisse nel 1921 su commissione di Arthur Rubinstein, trascrivendo per pianoforte alcune parti dell’omonimo balletto composto nel 1911 per i “Ballets Russes” di Djagilev.
In realtà, non si tratta di una mera versione pianistica di una partitura orchestrale, ma l’autore russo creò anche nuovi passaggi atti ad esaltare le potenzialità virtuosistiche dello strumento.
Veniamo quindi all’interprete, Khatia Buniatishvili, che ha dimostrato di essere qualcosa in più di un’ottima pianista, a dispetto dei suo 24 anni.
Fin dalle prime battute abbiamo avuto l’impressione di avere di fronte un vero e proprio talento naturale, dotato di una personalità fortissima e di estrema sensibilità, che ha toccato l’apice nella sonata lisztiana, quasi trasfigurata da una esecuzione volta ad evidenziare la bellezza e le sfumature di un brano, che solitamente si ricorda per la sua estrema pesantezza.
Tecnica strabiliante, nitidezza del suono e ricerca dei particolari si potevano osservare anche negli altri tre pezzi, con un Petruška suonato ad una velocità probabilmente superiore al normale, che comunque manteneva intatto il suo fascino.
Successo conclusivo meritato e pubblico in visibilio, fortemente colpito dalla bravura della pianista (e anche dalla sua avvenenza), che ha applaudito a lungo un’artista della quale sentiremo sicuramente parlare nei prossimi anni.

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