L’Autunno Musicale della Nuova Orchestra Scarlatti chiude con Caravaggio e le colonne sonore dedicate al Sud

 

Gli ultimi due concerti dell’Autunno Musicale della Nuova Orchestra Scarlatti, svoltisi nella splendida cornice del Museo Diocesano, si sono contraddistinti per la loro particolarità.
Il primo ha ospitato il gruppo Teatro 35, formato dagli attori Gaetano Coccia, Francesco Ottavio De Santis e Antonella Parrella, e da Davide Scognamiglio in qualità di tecnico delle luci, protagonisti della messa in scena di “Tableaux vivants”, legati a quadri di Caravaggio e di artisti che a lui si ispirarono.
In realtà Caravaggio, per il suo pessimo carattere e per la sua vita avventurosa, ai limiti della legge, non ebbe né voglia, né possibilità di circondarsi di allievi, ma il suo stile fece proseliti in tutti i luoghi da lui frequentati.
Ci fu chi subì, per così dire, una infatuazione fugacissima (Guido Reni) o abbastanza passeggera (Jusepe de Ribera), mentre altri, quali Bartolomeo Manfredi, si rifecero esclusivamente a Caravaggio durante tutta la loro carriera.
Dopo la morte del celebre pittore, avvenuta nel 1610, Roma e Napoli divennero le sedi principali di questa corrente, che annoverò fra i suoi seguaci Artemisia Gentileschi, Bernardo Cavallino, Massimo Stanzione, Mattia Preti e Andrea Vaccaro, ma il fenomeno si allargò anche ad autori stranieri, giunti nella capitale dello Stato Pontificio, come il francese Valentin de Boulogne.
A questo universo artistico si è rivolto il gruppo Teatro 35 per dare vita, durante uno spettacolo, replicato tre volte nella stessa giornata ed unico nel suo genere, ad una suggestiva successione di “Quadri viventi”.
Non nuovi a simili performances, che normalmente sono accompagnate da musiche pre-registrate, gli attori hanno, per la prima volta, interagito con brani eseguiti dal vivo.
E qui è entrata in gioco la Nuova Orchestra Scarlatti, con Gianfranco Borrelli primo violino concertante che, dopo aver interpretato una Suite per archi di Alessandro Scarlatti ed il Concerto per archi n. 4 in mi minore, si è occupata della colonna sonora dell’esibizione, naturalmente in tema con i quadri proposti.
In apertura, la Crocefissione di S. Andrea di Caravaggio e la Pietà di Massimo Stanzione, sono state sottolineate dalle note dello Stabat Mater di Pergolesi, mentre gli altri capolavori hanno avuto, come accompagnamento, brani di Corelli, Locatelli, Purcell, Albinoni, fino ad arrivare al conclusivo “Lascia ch’io pianga” (dal “Rinaldo” di Händel), in corrispondenza della Allegoria d’Italia di Valentin de Boulogne.
Nel complesso lo spettacolo, sia per la eccezionale bravura degli attori, sia per i puntuali interventi della Nuova Orchestra Scarlatti, è risultato di estrema intensità, impreziosito ulteriormente dai contributi del soprano Cristina Grifone e del controtenore Giovanni De Vivo.
Se, nel caso precedente, brani noti erano presi a prestito come “colonna sonora”, il concerto conclusivo era effettivamente rivolto alle musiche da film, genere spesso considerato, insieme a chi vi si dedica, di secondaria importanza, naturalmente a torto.
La serata si è aperta e chiusa con il leitmotiv di “Benvenuti al Sud”, scritto da Umberto Scipione (presente per l’occasione e accolto dal pubblico con un’ovazione), per l’omonima pellicola di Luca Miniero, che ha recentemente riscosso un enorme successo.
Il film dava il titolo a tutto il concerto, rivolto principalmente alla questione meridionale, focalizzata da film come “Noi credevamo” di Martone, che ha utilizzato il Preludio da “I Masnadieri” di Verdi, “Il postino” di Michael Radford, grazie al quale Luis Bacalov ha vinto il Premio Oscar, “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore, che si avvaleva dell’esperienza di Morricone, ed infine “Il Gattopardo” e “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, affidati al genio di Rota.
Il Sud, purtroppo, fa spesso rima con emarginazione sociale, in tutti i continenti, e non a caso, è stato proposto un particolare arrangiamento di Luigi De Filippi della Suite da “West Side Story”, il noto musical che descriveva la lotta fra due giovani bande di americani e portoricani residenti a New York.
Sempre l’America era al centro di Here’s to you di Morricone, dal film “Sacco e Vanzetti” di Montaldo, che narrava la storia di due anarchici italiani, trapiantati a Boston, ingiustamente condannati a morte.
Il motivo, accompagnato dai testi di Joan Baez, presi anche dalle lettere che i due scrissero dal carcere, è divenuto, con il nome di “Ballata di Sacco e Vanzetti”, uno dei cavalli di battaglia della cantautrice, in chiave pacifista ed antigovernativa.
Ancora emarginazione, stavolta razziale, prima relativa alla persecuzione contro gli Ebrei, con Schlinder’s List di John Williams e “Beautiful That Way” (La vita è bella) di Piovani, rispettivamente motivi conduttori degli omonimi film di Spielberg e di Benigni, poi legata al massacro degli Indios del Sudamerica, con Gabriel’s Oboe di Morricone, da “Mission” di Joffé.
Il programma si completava con la Petite offrande musicale per fiati di Nino Rota, unico pezzo avulso dal contesto cinematografico, quasi a testimoniare che gli autori di colonne sonore non sono affatto dei compositori di serie B, come molta gente è propensa a credere.
Per quanto riguarda la Nuova Orchestra Scarlatti, ottimamente diretta dal maestro Luigi De Filippi, ha offerto una prova di elevato livello, evidenziando grande affiatamento e ottimi solisti, quali il violoncellista Pierluigi Marotta e l’oboista Umberto D’Angelo.
Una nota di merito va anche al soprano Cristina Grifone, che ha fornito il suo splendido apporto alla “Ballata di Sacco e Vanzetti” (in assoluto il momento di maggiore emozione di tutto il concerto) e a “La vita è bella”.
Al termine il maestro Gaetano Russo, direttore artistico della Nuova Orchestra Scarlatti, ha voluto ringraziare i numerosissimi presenti, dando appuntamento alle prossime iniziative, non prima di aver sottolineato come siano da tempo gli spettatori, con il loro passaparola, i migliori veicoli pubblicitari della sua compagine, considerando che la stampa, specializzata e non, continua a brillare per la sua quasi totale assenza.

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