Il raffinato recital di Maurizio Di Fulvio evidenzia le diverse anime della chitarra del Novecento

Il secondo appuntamento della rassegna “Concerti in Villa Floridiana”, organizzata dall’Associazione Musicale Golfo Mistico, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il P.S.A.E. e per il Polo Museale della città di Napoli, nell’ambito della manifestazione “Un Museo…tutto da bere”, ha ospitato il chitarrista Maurizio Di Fulvio.
Nell’elegante e raccolto vestibolo del Museo Duca di Martina, l’artista abruzzese ha proposto una serie di brani rivolti prevalentemente ad autori del Novecento.
Durante il secolo scorso, infatti, la chitarra ha conosciuto una progressiva diffusione, sia in ambito classico, grazie all’apporto di virtuosi come Andrés Segovia, sia in ambito leggero, associata prima ai moti di protesta degli anni della contestazione e poi, in versione “elettrica”, a vari generi musicali di consumo.
La panoramica offerta dal maestro Di Fulvio ha ben evidenziato queste differenti anime dello strumento, a partire da James di Pat Metheny, tratto da “Offramp”, cd pubblicato nel 1982, al quale è stato contrapposto un classico di fine Settecento, la Sicilienne in mi bemolle maggiore dal Quartetto per pianoforte di Maria Theresia von Paradis, compositrice e pianista, cieca dalla tenera età, dedicataria di alcuni concerti di Mozart, Haydn e Salieri.
Ma Di Fulvio, oltre ad essere un apprezzato solista, è anche un validissimo compositore, per cui ha eseguito due suoi brani, San Liberatore a Maiella Abbey e Caramanico blue atmosphere, evocativi dei luoghi natii.
Con la trascrizione di Asturias, dalla Suite Española per pianoforte di Isaac Albéniz, siamo entrati nel repertorio tradizionale e, al proposito, va notato come la versione chitarristica del pezzo sia in grado di aumentare il suo carattere evocativo.
Ma la chitarra, da sempre, si abbina molto bene anche ai ritmi sudamericani, considerazione confermata ascoltando, di seguito, Oblivion di Astor Piazzolla, Armando’s Rhumba di “Chick” Corea e Corcovado di Antônio Carlos Jobim.
A questo trittico ha fatto seguito Django “mémoires”, pezzo che Di Fulvio ha scritto in omaggio al jazzista belga Django Reinhardt, straordinario virtuoso dello strumento, capace di dare vita a brani dove coesistevano jazz, classica e melodie gitane.
Una nuova finestra sul Brasile ha evidenziato due generi, entrambi originati dalla contaminazione tra i ritmi africani e la musica europea, la bossa nova ed il choro.
Uno dei massimi esponenti della prima, oltre al già citato Jobim, fu Luiz Bonfá, autore fra l’altro di Manhã de Carnaval, appartenente alla colonna sonora del film “Orfeo Negro”.
Al secondo, nato verso la fine dell’Ottocento a Rio, mutuando il suo nome da quello delle orchestrine itineranti formate da ex schiavi, apparteneva la Bachianinha di Paulinho Nogueira.
Il recital, dopo un fuori programma rivolto ad un altro classico come Recuerdo de la Alhambra, dello spagnolo Francisco Tárrega, si è chiuso con altri due piccoli gioielli composti da Di Fulvio, Mediterranean flavours e Shaker.
Uno sguardo ora sul chitarrista-compositore, nonché arrangiatore, visto che i vari brani sono stati proposti in particolari versioni di sua creazione, per sottolineare come Maurizio Di Fulvio abbia dimostrato di essere a proprio agio nell’eseguire sia i brani più vicini al genere classico, sia quelli legati a ritmi sudamericani, abbinando un suono estremamente nitido e un tocco di grande raffinatezza ad una notevolissima padronanza tecnica.
Una nota di merito va anche al pubblico, attento, partecipe e, alla fine, visibilmente soddisfatto, degna cornice di una mattinata di grande musica.
Prossimo appuntamento della rassegna il 29 gennaio, con Bernard Labiausse (primo flauto dell’Orchestra del Teatro di San Carlo) e Barbara Palumbo (clavicembalo), che eseguiranno brani di Johann Sebastian Bach, Johann Christian Bach, Paradisi e Piatti.

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