L’Ensemble de Harpes Sébastien Érard mette in evidenza la scuola arpistica napoletana a cavallo fra Ottocento e Novecento

La Pietà dei Turchini ha ospitato un concerto elegante e ricco di significato storico-culturale. Protagoniste della serata, quattro arpiste, Mara Galassi, Elena Spotti, Ann Fierens e Chiara Granata, ossia l’Ensemble de Harpes Sébastien Érard.
Ma forse, prima di parlare della bravura delle esecutrici e della magica atmosfera che hanno saputo ricreare con il suono delle loro arpe (arpe Érard o con meccanica Érard, tutte della prima metà dell’Ottocento), bisogna specificare che quello che per molti potrebbe essere stato un semplice concerto per quattro arpe, ha invece un motivo d’essere molto più importante. Innanzitutto per la scelta degli autori: Giovanni Caramiello e Lauro Rossi, celebri esponenti della scuola napoletana di arpa che nel secondo Ottocento e fino alla prima metà del Novecento era tra le più note al mondo. Certo l’arpa è uno strumento un po’ di nicchia, il repertorio per arpa non è paragonabile a quello per strumenti come pianoforte o archi, e tuttavia la letteratura per arpa, soprattutto nella Napoli a cavallo tra Ottocento e Novecento è ricca e molto richiesta. Da Filippo Scotti, considerato il fondatore della scuola arpistica napoletana, ad Alfonso Scotti, a Sebastiano e Giovanni Caramiello, il repertorio arpistico cresce, si sviluppa e vira verso un accentuato virtuosismo che trova ampie possibilità con le meccaniche dell’arpa moderna. Musicisti geniali e sregolati, come Sebastiano Caramiello, o studiosi e metodici, come il fratello minore Giovanni, scrivono lavori per arpa che vanno dalle “semplici” trascrizioni, soprattutto di arie d’opera, a concerti per arpa e orchestra ricche di virtuosismi degni dell’epoca musicale romantica (la strada del virtuosismo è quella seguita soprattutto dal Giovanni Caramiello, dalla cui scuola discendono altrettanti nomi illustri, tra cui quello di Alberto Salvi). Il programma presentato in concerto verteva prevalentemente su trascrizioni di Giovanni Caramiello: su arie d’opera, su sonate scarlattiane o su melodie napoletane. Ma se il repertorio per arpa non è vasto quanto si vorrebbe, sicuramente quello per quartetto d’arpe è ancora minore.
Ecco che allora l’Ensemble de harpes Sébastien Érard ha svolto un lavoro di semplici ma accurate trascrizioni per due o quattro arpe riuscendo così a dare vita ad un programma da concerto ispirato a Napoli e agli arpisti napoletani.
Programma che si è aperto con la “Celebre Siciliana” di Pergolesi, in trascrizione per arpa di Giovanni Caramiello e trascrizione per quattro arpe dell’Ensemble Érard, per continuare con una Sonata di Scarlatti (sempre in trascrizione di G. Caramiello). Da segnalare poi la prima esecuzione moderna dell’ “Omaggio alle L. A. Principe e Principessa di Napoli” composto da Giovanni Caramiello in onore della Regina Elena, Principessa del Montenegro, andata in sposa ad Emanuele di Savoia.
Il suono delle quattro arpe insieme ipnotizza e trasmette calore. E l’idea di sentire quattro strumenti che probabilmente hanno già suonato insieme da qualche parte duecento anni fa affascina alquanto.
E affascina vedere e sentire le quattro musiciste che sono un tutt’uno con i loro strumenti.
Vedere quel gesto così particolare che sembra una carezza alle corde e che si trasforma in suono porta forse a dimenticare il lavoro di tecnica e di studio che si cela dietro per fare godere solo del risultato.
A chiudere il concerto, il Quartetto in mi bemolle maggiore di Lauro Rossi, compositore napoletano, se non per nascita sicuramente per formazione.
Rossi scrive per formazioni d’arpa durante la sua permanenza a Napoli, dove aveva appunto una classe di arpa.
Scrive probabilmente per i suoi allievi, ma molto più probabilmente scrive perchè Napoli in quel periodo faceva sentire fortemente la sua cultura musicale, figlia delle scuole strumentali dell’epoca, di cui il Conservatorio di S. Pietro a Majella poteva andare fiero.
E non sono mancati gli applausi, le richieste di bis e i complimenti a fine concerto per queste ottime interpreti e per le loro bellissime arpe.

(recensione di Valentina Di Matteo)

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